Conoscere l'Isola di Pianosa: itinerario culturale dell'Isola di Pianosa, la sua storia da Agrippa al carcere di massima sicurezza ...

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Informazioni sull' Isola d'Elba

Capraia e Pianosa

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Testo di Andrea Semplici, Foto di Patrizio Del Duca
(Ripreso da " Qui Touring" maggio 2000, per gentile concessione del Touring Club e degli autori del testo e delle fotografie)

Una comunità di Benedettini sta per insediarsi nell'ex "isola del diavolo", rimasta semideserta dopo la chiusura del penitenziario. Saranno i nuovi abitanti di quest’angolo di paradiso nel Tirreno, che punta ad uno sviluppo turistico dolce.
Sono di nuovo fiorite le orchidee dai mille colori fra le rocce bianche della Punta del Marchese ed i monaci benedettini diranno la loro prima masse nella chiesa dal villaggio di Pianosa. Intriganti e suggestivi i riti di primavera su questo strano a misterioso frammento dell'arcipelago toscano, smarrito sotto miglia nautiche dall'Elba. E’ come se l'Isola del Diavolo, l'Alcatraz dal Tirreno, come avevano ribattezzato questo stupefacente "altopiano marino" alcuni giornalisti, stesse per cambiare ancore una volta immagine.
"E’ nostro desiderio vivere su quest'isola", dice con gentile convinzione Tarcisio Benvenuti, abate maggiore cella famiglia monastica della Fraternità di Gesù a Vallechiara, monastero dei Colli Romani. "Un luogo di reclusione che si trasforma in centro di spirituality, di accoglienza, di culture a di difesa della natura è un grande segnale, incoraggiante a semplice allo stesso tempo".
L'isola piatta, la Planasia degli antichi Romani, bellissima e sfavillante zattera di tufo conchiglifero, fu abbandonata al suo destino dallo Stato che, due anni fa, smantellò il carcere a se ne andò senza proporre un solo progetto per il futuro. Adesso è possibile che diventi il rifugio di una piccola comunità di monaci legati alla dolcezza e alla severità della regola di San Benedetto: preghiera, lavoro, cultura, accoglienza. E' l’ultimo sogno, forse l'ultima speranza per l'isola deserta.
In un'altra primavera, nel 1998, vidi vacche a buoi scomparire nelle pance di grandi traghetti ancorati al porticciolo di Pianosa: chiudeva la colonia agricola, gli animali furono dirottati verso altre fattorie carcere, le guardie penitenziarie, una dopo l'altra; se ne andarono, i detenuti furono trasferiti.
Le parte degli alloggi, la sale dello spaccio, la serranda dal tabaccaio, le cucine, la foresteria per gli ospiti furono sigillate: a Pianosa rimasero solo il silenzio, le onde dal Tirreno che sbattevano contro gli scogli e il vento leggero che alzava mulinelli di sabbia sulla spiaggia. Pianosa Pianosa Pianosa

Gli ultimi abitanti di Pianosa

Solo cinque detenuti in semilibertà, operai che cercano di fermare la rovina degli edifici, e una sparuta pattuglia di guardie, vivono ancore la solitudine di Pianosa. Vengono dal carcere elbano di Porto Azzurro. A sera siedono sulle banchine dell'antico porticciolo: chissà, se, in quei silenzi perfetti, si chiedano quale folle architetto abbia progettato quei palazzi merlati con archi a bifore, chi abbia davvero ordinato la costruzione di quella stravagante architettura che accerchia le braccia del vecchio molo?
Leopoldo Ponticelli diresse per decenni, fra Ottocento a Novecento, il carcere, prima colonia agricola dell'Italia unita: fu lui a trasformare i detenuti di allora in manovali e a modellare il singolare volto architettonico di quest'isola. Erano gli anni dei direttori-padrone: Ponticelli fu un viceré che governava un mini-regno assoluto. Settanta anni prima, net 1829, Giovanni Domenico Murzi, comandante di un distaccamento di guardacoste dei Granduchi di Toscana, vi aveva impiantata la prima vigna per ottenere un buon vino dal sapore aspro di mare. Strana storia, questa dell'isola di Pianosa, diventata mito perché segregata per oltre un secolo alle visite a alle esplorazioni.
Dieci chilometri quadrati, un'altitudine massima di 27 metri sul mare, è una striscia di terra invisibile: da lontano si confonde con i luccichii del Tirreno. Solo alla sera, all'orizzonte, appare come un riflesso bruno contro il tramonto. Ma, a sorpresa, avvicinandosi, si scopre che le sue coste sono alte, frastagliate, contorte. Le sue falesie, color ocra, sono precipizi sul mare; l'altopiano è sospeso, come una zattera, venti metri sopra le onde. Scogliere intarsiate e scoscese si gettano nel Tirreno a Punta Libeccio, erosioni da labirinto divorano le rocce alla Cala di Biagio. La baia del Porto romano è un'insenatura naturale di bellezza mozzafiato. Il gioco di una sabbia finissima e delle splendenti praterie sommerse di posidonia regala trasparenze di cristallo alle acque.

L'esilio di Agrippa

Uomini del Neolitico si rifugiarono migliaia di anni fa nelle grotte dell'isola: resti di vasellame a di utensili in pietra sono la prova del loro passaggio. La storia umana, a Pianosa, avanza a strappi, a balzi di secoli. Gli scogli sommersi dell'isola sono sempre stati un'insidia per i navigli romani: una piccola imbarcazione proveniente dalla Gallia naufragò in questi mari nel I° secolo d. C. a le sue stive squarciate depositarono sui fondali novanta anfore e un tesoro di ceramiche.
Qui fu confinato tra il 12 e il 14 d.C. lo sfortunato Agrippa Postumo, nipote dell'imperatore Augusto. Fu un esilio dorato e tragico: Agrippa fu ucciso a Pianosa dal rivale Tiberio, timoroso di una sua possibile scalata al trono imperiale. Ancor oggi, sulla spiaggia di Cala Giovanna, nascoste da brutte tettoie, si riconoscono le rovine delta sua villa sontuosa dotata di terme, teatro a darsena.
Contesa fra le repubbliche marinare di Pisa a Genova, fu razziata net 1553 dai pirati di Dragut a dai corsari di Kara Mustafà e gli abitanti furono deportati come schiavi.
L'isola rimase, ancora una volta, deserta. Net 1858,Pianosa, eremo marino, tornato possesso del Governo di Toscana dopo la parentesi napoleonica (anche Bonaparte, esule all'Elba, si innamora fugacemente di questa terra), divenne carcere, colonia agricola, penitenziario dagli alterni destini. Vi trascorsero anni su anni banditi maremmani a briganti calabresi; qui furono rinchiusi gli assassini di Portella della Ginestra e una generazione di brigatisti degli anni di piombo. Una targa ricorda anche il passaggio del presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Carcere si, carcere no

Dieci anni fa comincio l’altalena delle decisioni sul futuro di Pianosa: il carcere fu chiuso e, con ripensamento immediato, riaperto. Nei 1992 arrivarono i capi più pericolosi della mafia: costò 37 miliardi rafforzare le difese di questa fortezza. Ma nessun militare riuscì a varcare la soglia della nuovissima caserma Bombardi: non fu nemmeno inaugurata. Nel 1996 lo Stato italiano decise nuovamente di chiudere definitivamente il carcere. E allora si infuriarono la Regione Toscana, i Comuni elbani, perfino il vescovo di Massa Marittima, Gualtiero Bassetti: nessuno voleva la fuga dello Stato a nessuno sapeva come gestire il futuro di Pianosa. Nei gennaio 1998 mosse i suoi primi passi anche il Parco nazionale dell'Arcipelago Toscano: il destino di Pianosa era un dossier aperto e bruciante. "La comunità monastica è un'idea forte, un'ottima soluzione che abbiamo proposto e voluto - dice oggi Giuseppe Tanelli, docente di mineralogia a Firenze a presidente del Parco - Pianosa ha bisogno di tornare a vivere e i monaci saranno i nuovi abitanti dell'isola. Mi auguro che vi sbarchino fin da questa estate".
Certo, i progetti, negli anni, si sono moltiplicati: turismo giornaliero contingentato, centro studi residenziale per aspiranti scienziati, riapertura dell'azienda agricola.
Cronache locali, per mesi, hanno illuso facendo balenare la creazione di 120 posti di lavoro in una Pianosa aperta al turismo. Così non, è stato: competenze a ambizioni varie si sono intrecciate a aggrovigliate sugli scogli dell'isola. Altre ventilate ipotesi sono state l'idea di vendere l'isola ai privati o di riaprire il carcere in forma "leggera".
Certo brucia nella memoria il precedente del carcere di Capraia, chiuso nel 1986 a da allora abbandonato.

La soluzione dei monaci

"Non finirà così - garantisce Giampaolo Soria, del Comune di Campo nell'Elba - l'isola deve rivivere, gli abitanti devono tornare. L'arrivo dei monaci è benvenuto".
Nel frattempo l'isola è riuscita a diventare il set cinematografico per le riprese di un film su una ribellione dentro un carcere (Terra di nessuno, con Ben-Gazzara, uscirà nelle sale nei prossimi mesi).
Quattro anni fa, il vescovo Bassetti arrivò in elicottero ed ebbe un'intuizione geniale: i monaci avrebbero potuto salvare l'isola, arare di nuovo i campi, reinnestare le antiche viti e accogliere un turismo rispettoso della suggestione di Pianosa. L'episcopato toscano fu contagiato dal progetto a la forza del monachesimo del 2000 è riuscita a creare, quasi a sorpresa, solide alleanze fra Parco, ministri, ambientalisti e amministratori locali. La scelta dei vescovi cadde sulla comunità di Vallechiara, nel Lazio. II miracolo della salvezza di Pianosa diventa davvero possibile. Monaci e monache, famiglie laiche di oblati, vivranno sull'isola, nuovi custodi della sua bellezza.