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Dipinti e pittori dell'Elba - elenco - Marcello D'Arco
Chi dipinge trova talvolta il luogo di identità della propria pittura. Quando avviene, l'incontro è felice
e il luogo diventa il pittore e il pittore il luogo. Insieme cammineranno poi nello spazio e nel tempo.
La Montagna di St. Victoire, in Provenza, ha un nome e una collocazione, l'uno e l'altra altissimi, nella
storia dell'arte moderna. Lo stesso per la cattedrale di Rouen o le piazze di Ferrara.
Mi rendo conto che la scala è diversa. Ma io, elbano di adozione, debbo a Marcello d'Arco, elbano di nascita,
l'emozione violenta e distaccata di aver scoperto, nelle sue tele, la meraviglia e il mistero della città di
Portoferraio. D'Arco è Portoferraio e Cosmopolis e non è detto che domani non si arrovescino i termini e
Portoferraio divenga il pittore che oggi la ritrae, ricrea, reinventa in una perenne rincorsa e ricerca di
identità, la propria e quella della città.
Arcane, spesso indecifrabili, sono le vie dell'arte. D'Arco, un autodidatta che comincia ad esporre nel 1977, riesce a collocarsi subito in un crocevia nodale della pittura.
Ha visto, conosce l'arte contemporanea e si ritrova, d'istinto e di ragione, schierato contro le tendenze
dominanti, avverso alle alterazioni delle avanguardie, che hanno distrutto o disperso il soggetto stesso del
dipingere. Anche lui dentro il moto vasto che corre di nuovo nelle vene dell'arte odierna (non si capisce
perché qualcuno insista a chiamarla post-moderna) per farla di nuovo parlare delle cose della vita, anche
minime, anche povere, al posto del nulla e dell'irrisorio di prima.
D'Arco dipinge dei nudi, dei ritratti, dei paesaggi, delle marine, portato dalla naturalità delle sue doti
di pittore, che sono forti e talvolta gli prendono la mano e lo distraggono dalla sua vera misura, che è
analoga a quella del pensiero scientifico: l'astrazione determinata.
E' la misura che d'Arco trova e precisa, con le mapiture larghe e i colori chiari della sua tavolozza, in quella ricerca di identità cui ho accennato, identità della città in cui vive e di sé stesso nella città.
La città è vista come una la metafora di forme che si demoltiplicano, si riformano e incessantemente deformano
fino ad essere anamorfiche, come se fossero risucchiate dalla tasmutazione dei tempi.
La città diventa un universo di spazi e di volumi, rettangoli, cubi, quadrati, poliedri di numero indefinito o
forse finito, non si sa , come diceva J.L. Borges, sempre uguali e sempre diversi.
La città è il teatro, il palcoscenico della vita, dove gli eventi più quotidiani e banali diventano misteriosi
e imprevisti, quasi baudelairiani.
La città è l'anamnesi, il modo, il processo che d'Arco si offre e ci offre per ritrovare le idee, i sensi che
costituiscono la memoria, la sua e la nostra.
La città è il palinsesto che allinea e contrappone le ambiguità dell'esistenza, lo splendore della vita tirrenica,
il respiro attorno del mare, e la livida, cadaverica rigidità delle pietre.
La città è l'epitome, simbolo e sintesi di una aspirazione, di un ordine ideale, la Cosmopoli medicea che prefigura
un mondo di armonia e di equità, il sogno del bello nell'arte e nell'etica.
Ecco dove ci portano i racconti della pittura di Marcello d'Arco, ormai avviato al libro del grande formato, il solo che possa dar corpo appieno alla sua città-mondo e alla plurima complessità delle sue aspirazioni.
Giorgio Fanti
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