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Napoleon & Island of Elba - the emperor of Elba

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Capitolo XVII - La partenza

- Seno, Rathery, Savournin: al lavoro, Signori! Non c'è un minuto da perdere. Ah, eccovi, Foresi! Cosa vi ha detto il Console d'Inghilterra a Porto Longone?

Col fiato corto per la lunga corsa a cavallo, Foresi risponde:- Che la Partridge è proprio partita per Napoli!

L'Imperatore sorride, la via per la Francia è ormai libera.

Nel suo ufficio regna una attività febbrile. Segretari e ufficiali di ordinanza sono tutti presenti, pronti a scrivere sotto dettatura del Capo o a balzare in sella per correre a portare i suoi ordini. Ormai non nasconde la sua partenza, benché non dia ancora indicazioni sulla destinazione del viaggio. Con quella sua voce nasale martella le frasi, mentre con le mani le sottolinea colpendo il tavolo da lavoro.

- Embargo su tutte le navi, in tutti i porti e su tutte le coste. Nessuna imbarcazione potrà lasciare l'isola, fino a nuovo ordine. Nessun individuo, nemmeno pescatore, avrà il diritto di imbarcarsi.

- La polizia non rilascerà più nessun passaporto.

- La Sanità non rilascerà più biglietti di spedizione.

- I cannoni dovranno aprire il fuoco su qualsiasi imbarcazione che cerchi di salpare e farla affondare.

- Le truppe rimangono consegnate nelle caserme...

Le notizie si rincorrono intorno alla Palazzina dei Mulini.

Si sentono le staffette montare a cavallo sulla terrazza d'accesso, poi partire al galoppo sotto il tunnel che porta alla strada carrozzabile. Questi emissari portano gli ordini a tutte le autorità dell'Elba.

Prima delle due del pomeriggio l'Elba dovrà essere inaccessibile al resto del mondo.

E dopo aver congedato i suoi aiutanti, Napoleone si isola nel suo ufficio. Prende la penna, riflette a lungo e redige il testo del proclama che indirizza "al popolo Francese", poi "all'Esercito Francese." Vi denuncia la defezione del Duca di Castiglione (Augereau), che lasciò Lyon indifesa nelle mani del nemico, e il tradimento del Duca di Ragusa (Marmont), che "abbandonò la capitale". Li rende responsabili della sua disfatta. Annuncia infine il suo ritorno, e conclude con quel proclama divenuto celebre: "La vittoria marcerà al passo di carica. L'Aquila con i colori nazionali volerà di campanile in campanile fino a raggiungere Nôtre Dame."

E ora non resta che stampare i manifesti in molte copie. Quando sbarcherà in Provenza, le staffette dovranno andare ad incollarle in tutti i comuni che l'Imperatore attraverserà per arrivare alle torri di Nôtre Dame!

Anche i semafori del telegrafo potranno trasmettere il messaggio di collina in collina.

Terminata la stesura del testo, Napoleone invia un messaggero alla madre e un ufficiale alla sorella per invitarle a cena.

La prima non ha da percorrere che il centinaio di metri che separa Casa Vantini dalla palazzina dei Mulini, mentre la seconda scende le scale di marmo in un fruscio di pizzi. Ma sia l'una che l'altra hanno un'espressione tesa sul volto, entrando nell'ufficio dove Marchand ha apparecchiato. Paolina cerca di sorridere ma non riesce.

Anche Drouot partecipa alla cena, ancor più taciturno del solito. Napoleone, molto volubile, parla un po' di tutto, salvo di quanto gli sta più a cuore.

Dopo cena, fa un cenno a Drouot e gli porge un mazzo di carte.

- Vorrei che giocaste un po' con la Principessa, ordina.

- Ma Sire, è proprio necessario?

- E perché no? dice la Madre.

- No, non voi!, mormora Napoleone, cupo.

Al tono della voce tutti e tre intuiscono di non poter discutere.

E mentre Paolina e Drouot si mettono a giocare, Napoleone attraversa il giardino per spostarsi nel suo ufficio, seguito da Letizia.

Febbraio all'Elba è già praticamente primavera. Senza cappotto, Napoleone attraversa a gran passi i vialetti illuminati dalla luna, e sente dietro di lui un trotterellare di passi che gli è familiare. Nel girarsi, proferisce con voce sorda: "Eppure, bisogna che mi decida a dirlo a mia madre!"

Letizia cade dalle nuvole. In effetti la notizia dell'imminente partenza le è già giunta. Ma finge di non sapere nulla:

- Cosa avete? Mi sembrate ben più pensieroso che d'abitudine.

Facendo finta di non averla udita, il figlio prosegue lo strano monologo:

- Si, devo dirglielo, è necessario, ormai.

- Insomma, parlate!

- Ecco, madre. Sto per partire. Ma vi proibisco, per ora di parlarne a chicchessia, anche a Paolina.

Bel divieto! Come se la Principessa non immaginasse nulla!

- Partite? E per andar dove?

- A Parigi.

- Per San Cristino! A Parigi!

- Sì, però, prima di farlo, vorrei chiedere il vostro consiglio.

Il suo consiglio. Da quando era piccolo, dalla sua infanzia in Corsica, è forse la prima volta che le chiede un consiglio.

Lo sguardo di Letizia si vela.

- Ah, permettete allora che dimentichi che sono vostra madre.

Chiude gli occhi.

Uscendo da dietro una nuvola, la luna contempla la madre e il figlio, d'un tratto abbracciati. La sua luce argentea si riflette sull'acqua nera del Tirreno, i raggi bianco latte vengono ad accarezzare gli alberi, il prato.

Il silenzio è pesante, assoluto.

E Letizia lo rompe d'un tratto, con quel suo strano accento italiano:

- Il cielo non permetterà che voi moriate qui di veleno, né in un giaciglio indegno di voi, ma solo con la spada in mano. Andate dunque incontro al vostro destino. Voi non siete fatto per morire su quest'isola.

*
Ed ecco, finalmente Napoleone parte: la sua flotta è pronta. Sull'Incostant si dovranno ammassare almeno cinquecento granatieri, i cavalli da sella dell'Imperatore e il suo tesoro di guerra. Nelle piccole navi, la Stella, la Carolina, il San Giuseppe, la Mosca, e l'Ape, dovranno salire i Cacciatori, i Lancieri, gli Artiglieri, le Scimmie Verdi, del Battaglione Corso e i Volontari Elbani. In tutto 1100 militari; oltre ai bagagli e alle munizioni.

Il piccolo esercito si lancerà verso l'ignoto, visto che il suo capo non ha ancora comunicato il luogo di destinazione. Ma prima di buttarsi in una simile avventura, Napoleone vuole conoscere lo stato d'animo del popolo, eccitato forse da tutte queste notizie contraddittorie, e sentire se gli è sempre favorevole. La sera stessa della conversazione con la madre si fa vedere a teatro con lei. La Principessa Borghese vi dà quel ballo previsto per il 28, che invece è stato anticipato di tre giorni.

Gli invitati lo acclamano. Vestito ancora una volta con l'uniforme della Guardia Nazionale Elbana, Napoleone s'infervora parlando un po' con tutti style="mso-spacerun: yes"> senza mai alludere alla fuga, ormai fissata per l'indomani. Ma lo sa solo lui.

E dopo una notte insonne, il grande giorno arriva. È domenica, 26 febbraio.

Mentre Napoleone si veste e fa colazione, le autorità civili e militari lo aspettano già nel salone, dove si svolge come d'abitudine la cerimonia del risveglio. Ciascuno forse indovina il futuro imminente, nessuno però osa stabilire una data. L'Imperatore compare infine, sorridente e pallido. Alla vista del suo abito, tutti i presenti intuiscono quanto sta per avvenire. Indossa infatti la leggendaria uniforme verde di Colonnello della Guardia, la sua redingote grigia e il piccolo cappello che tiene nervosamente in mano.

- Signori, vi annuncio la mia partenza. Vi lascerò questa sera stessa. La Francia mi chiama, i Borboni la portano alla rovina. Diverse sono le Nazioni d'Europa che saranno felici di vedermi tornare.

Il Presidente del Tribunale fa subito presente il dolore che gli elbani sentiranno.

- Ciononostante, Sire, i vostri sudditi vedranno forse il loro dolore attenuarsi al pensiero che li abbandonate per riprendere la strada della gloria.

La cerimonia del risveglio termina, Napoleone lascia a piedi i Mulini. E si reca dalla madre, seguito dalle altre autorità. Da quando Letizia è all'Elba, suo figlio non ha mai mancato una domenica di renderle omaggio al risveglio. E neppure oggi, giorno cruciale, Napoleone manca all'appuntamento.

Tornato poi alla Palazzina con sua madre, alle nove monta sulla carrozza e si reca a messa, in compagnia di Letizia e di Paolina. La vettura arriva giù fino alla Cattedrale.

"Evviva l'Imperatore!" grida la folla riunita sulla piazza delle Armi.

La popolazione conosce sa già della partenza, la voce si è sparsa in un lampo.

Di solito Napoleone passa in rivista le truppe subito dopo la messa. Ma oggi, visto che tutti gli effettivi si trovano consegnati all'interno delle caserme, ispezionerà solo il Battaglione Franco e la Guardia Nazionale Elbana.

Poi, rientrato a Palazzo, riceve gli ufficiali di questi corpi. Letizia e Paolina lo affiancano, insieme a Drouot e Bertrand.

- Signori, vi voglio ringraziare per il vostro affetto e per la vostra fedeltà. Generale Lapi, la nomino Governatore dell'Isola. Se venisse attaccata, difendetela fino alla morte. Amici miei, non vi dimenticherò mai! Vi affido ciò che ho di più prezioso: mia madre e mia sorella. È questa la miglior prova di tutta la fiducia che ripongo in voi!

Le lacrime scorrono sulle guance di Paolina. Letizia invece si irrigidisce, nel ruolo di Madre Imperatrice. Napoleone, lui, lotta per rimanere sereno, facendo parlare forse più la dignità di un padre che non quella di un re. In fin dei conti è molto più commosso di quanto non voglia dare a vedere. Questa scena gli deve ricordare un'altra, quasi identica: era la domenica 23 gennaio di un anno fa, a Parigi, nel castello delle Tuileries. Allora, affidava Maria Luisa e il piccolo Re di Roma agli ufficiali della Guardia Nazionale di Parigi, che giurarono di difenderli... E questi uomini dell'Isola d'Elba, sapranno difendere meglio la madre e la sorella dell'Imperatore?

Il sindaco Traditi, l'intendente Balbiani e il ciambellano Vantini, che formeranno poi una giunta amministrativa, assistono al passaggio di potere. Anche Pons l'Herault è presente. Deciso ormai a seguire l'Imperatore anche in capo al mondo, lascerà moglie, bambini, una vita tranquilla. La passione di questo repubblicano per Napoleone prova una volta di più che costui non era quell'orco che molti scrittori hanno voluto descrivere.

Sarà Gualandi, il sindaco di Rio orbo di un occhio, che rimpiazzerà Pons alla direzione delle miniere.

- Cercate di vendere molto minerale, gli dice l'Imperatore, e inviateci del denaro, perché ne avremo davvero bisogno!

Le voci vibrano all'interno di quei muri e i passi risuonano sulla lastre rosee.

"Abitanti dell'Isola d'Elba! Il nostro augusto Sovrano, richiamato dalla Provvidenza nel cammino della Gloria sta per lasciare l'Isola. Me ne ha affidato il comando..."

Il generale Lapi fa incollare questo manifesto sui muri della città. Gruppi di persone si fermano a commentarlo. Napoleone parte. Ma nulla indica che abbia scelto la Francia come obiettivo del viaggio. Si dice che Murat si sia mobilitato, che sia in marcia verso il nord dell'Italia; e si crede che il cognato lo raggiungerà in Toscana.

Il Mercante d'olio è preoccupato. Non ha più mezzi per far partire le sue lettere: l'embargo ha immobilizzato le navi nei porti.

Eppure... Ma sì! Il Sant'Esprit... La pinca marsigliese che era sfuggita alla tempesta gettando l'ancora a Portoferraio! Questa piccola nave deve raggiungere Napoli e porta nel suo carico anche tre carrozze di Napoleone, nonché tutta la sua argenteria. Non si comprende perché Napoleone dovrebbe trattenere quella nave insieme alle altre. E un mozzo non rifiuta mai di prendere una lettera da spedire una volta arrivati a destinazione, quando gli si offre un buon compenso in scudi. E poi, non ci dovrebbe essere nessun pericolo, visto che il suo rapporto si troverà scritto con l'inchiostro simpatico fra le righe di frasi banali. Però, però, Napoli è ben lontana da Livorno e Mariotti verrebbe avvisato quando ormai è troppo tardi. Che fare, allora?

Pazienza! Proverà col Sant'Esprit e Napoli, almeno l'onore sarà salvo! Così la spia si dirige verso la darsena. Gli alberi della piccola flotta dondolano pigramente. Da lontano il Mercante d'olio intravede l'Incostant nuovo fiammante e già in acqua. Ecco là la pinca marsigliese.

Ma che succede? Venti polacchi guidati dal maggiore Germanowski, si dirigono con una scialuppa verso il Sant'Esprit... Ma le truppe non erano state consegnate nelle caserme?

Dopo qualche minuto, l'agente del Mariotti vede dei Lancieri sul ponte, che prendono degli involti e li gettano a mare. I marinai urlano, i Lancieri ripetono l'operazione, come se volessero gettare a mare l'intero carico! E il comandante Cardini protesta violentemente contro tanto vandalismo. E ancora: ecco il Peyrusse, l'amministratore, che arriva e scompare nella cabina con Cardini, e vi resta almeno mezz'ora. E poi, ancor meglio: l'Imperatore in persona arriva e sale a bordo del Sant'Esprit. E il Mercante d'olio ode lo scoppio di un litigio:

- Lei è un passacarte! urla Napoleone.

A chi si rivolge? A Cardini, a Peyrusse o a Germanowski?

Più tardi tutta la storia verrà a galla. Temendo d'essere lasciati sull'isola perché mancherebbe lo spazio a bordo delle altre navi, i polacchi avevano semplicemente deciso di requisire il Sant'Esprit, senza chiedere consiglio a nessuno. E gettavano tutto il carico a mare, col proposito di fare spazio sul ponte e nella stiva. Quei fanatici avrebbero finito per buttare a mare anche le carrozze del loro idolo, nonché tutta la sua argenteria. Chiamato dal Cardini, Peyrusse propose 20000 franchi per rimborsarlo della merce persa. Il capitano giudicò la somma insufficiente. Allora Napoleone, chiamato in aiuto, finì per offrirne 25000, a condizione di poter requisire la nave. E sarebbe stata una imbarcazione supplementare per la flotta.

Ignorando ancora tutti questi dettagli, ma pur rendendosi conto che la pinca è stata ormai requisita dai militari, il Mercante d'olio rinuncia ad avvicinarvisi. Eppure, medita ancora su come avvisare il Mariotti dei progetti dell'Imperatore. Vede una barca:

- Ehi, della barca!

- Cosa c'é, Signor Forli?

- Volete guadagnarvi una cinquantina di franchi?

- Per Giove! È un bel gruzzolo. E cosa dovrei fare per meritarmela?

Il Mercante d'olio abbassa la voce:
- Condurmi fino a Piombino con la vostra barca. Subito. Ho un affare urgente da sbrigare laggiù.

Il marinaio esita. L'embargo, i tiri dei cannoni, la minaccia imperiale di far colare qualsiasi imbarcazione che prenda il mare... Troppo rischioso.

- Vi darò sessanta franchi, propone lui, anche settanta...

Il marinaio finisce per accettare. Il suo cliente sale a bordo, i remi sfiorano l'acqua e dirigono la barca verso la torre di Passanante.

- Dove andate? tuona una sentinella dall'Incostant.

- A fare un giro per la rada, è una bella giornata!

Un fucile si abbassa: - Tornate immediatamente indietro, o sparo!

I due rientrano. Così il Mariotti non verrà a sapere della partenza di Napoleone che quando questi sarà già arrivato in Francia.

Di rientro in città, la spia sconsolata incontra Cambronne.

- Apprezzo molto i vostri sentimenti per l'Imperatore. E ho pensato che vi avrei fatto piacere iscrivendovi nella lista dei volontari Elbani. Potrete imbarcarvi sulla nave numero cinque!

Accidenti! Ecco il Mercante d'olio soldato suo malgrado.

- Impossibile! protesta Forli, qui ho ancora degli affari in sospeso. E per partire dovrei prima liquidare la mia attività. Ma vi raggiungerò, è una promessa.

Cambronne non è molto convinto. Un amico comune si farà garante della promessa fatta dal negoziante. E il generale finisce per credergli. Ha torto: il Mercante d'olio non si farà vedere mai più.

*
Le cinque di sera. I tamburi rullano per tutta la città. Una folla triste accompagna i militari giù fino al porto. Sono finite le parate e le feste militari. Finite le danze delle signorine con i bei sottotenenti. E terminati pure, almeno per l'alta borghesia, le cene dall'Imperatore e i balli della Principessa. Ed è pure finito quel commercio prospero, ricco da ormai dieci mesi con gli scudi dei visitatori.

Granatieri, artiglieri, cavalleggeri-lancieri, volontari, scendono tutti dalle rispettive caserme, o piuttosto dai quei nidi d'aquila, che si chiamano Sant'Ilario, San Francesco, Falcone, Stella. Da mezzogiorno sono i miliziani che rimpiazzano la Guardia e i Polacchi nelle loro garitte. Il Colonnello Mallet aveva detto al Comandante Rottigni: "Vi rendiamo l'Isola".

- E noi le faremo buona guardia, aveva risposto il Capo del Battaglione Franco.

Lentamente, un po' contro voglia, la popolazione si incammina giù per le scale verso la Porta a Mare. Alcune bandiere esitano a mostrarsi ai balconi delle finestre. I bimbi non agitano più le loro raganelle.

Alcuni ambulanti vendevano delle immaginette rappresentanti l'Imperatore e il piccolo Re di Roma.

Alcuni si affliggevano vedendo marciare i Polacchi. Questi fieri cavalieri avanzavano bene, al ritmo della loro fanfara, come al solito, ma si portavano le selle sulla testa. A causa della mancanza di spazio, infatti, non avrebbero potuto portare con sé i loro cavalli.

La guardia aveva indossato l'uniforme da campagna. E i grandi copricapo neri, di pelliccia, scomparivano sotto le fodere di tela bianca. E le piume rosse uscivano dalle loro fodere appese alla cintola dei veterani. E i bei musicisti, un tempo applauditi alle riviste, ai balli, a teatro, si confondevano ormai ai loro compagni con il mantello blu e il fucile in spalla. Il capo dell'orchestra, ridiventato semplice sergente, camminava stringendo i ranghi vicino ad un'altra compagnia. Era uno spettacolo ben triste!

Al porto, una folla muta osserva l'imbarco diretto da Cambronne. Alcune scialuppe fanno la spola fra le imbarcazioni e il porto, trasportando ad ogni viaggio un carico di soldati. La maggior parte di loro esprimeva un'allegria festosa, in contrasto con la tristezza della gente. Alcuni però lasciavano a Portoferraio un'innamorata, una fidanzata, talvolta un'amante in attesa di un bambino. Ci sono anche delle mogli, visto che una cinquantina di soldati si erano sposati sull'isola. Nella darsena si vedono a volte degli addii strazianti. Purtroppo, "isola d'Elba, isola bella, bisogna lasciarti... "

Il grande gozzo dell'Incostant attendeva l'Imperatore e il suo seguito. Occupato dai marinai della Guardia, l'imbarcazione rimaneva a ridosso del piccolo molo centrale in fondo al porto. Li comandava Taillade, presente Chautard, che ormai rimpiazzava il primo al comando della flotta.

Dall'alto del Falcone parte un colpo di cannone per segnalare che il Sovrano ha appena lasciato la Villa dei Mulini e si incammina verso la Darsena. Lungo il percorso non lo si acclama più. Più nessuno grida "Viva Napoleone!" si mormoravano invece queste frasi, riportate da testimoni:

- Sire, vi accompagnino i nostri auguri!

- Sire, che siate benedetto!

- Sire, anche mio figlio parte con i vostri soldati!

- Che la Vostra Maestà non si dimentichi di noi!

- Sire, tutti qui vi amano, gli elbani sono i vostri figli!

Napoleone aveva detto addio a sua madre impassibile, mentre sua sorella si scioglieva in lacrime, alla Contessa Bertrand che si disperava di veder partire il marito, e a tutte le dame d'onore che tenevano in mano dei rami di mimosa. E ora percorreva lentamente il solo cammino carrozzabile della città. Montato sulla portantina di Paolina, che solitamente portava la principessa a passeggio, Napoleone salutava tutti gli abitanti che si stringevano ai lati della strada.

Lo seguiva il gruppo dei fedeli: Bertrand, Drouot, Peyrusse, Pons de l'Herault, il segretario Rathery, il dottore Foureau de Beauregard, e infine Marchand, apprezzatissimo valletto di camera. Quest'ultimo reggeva una valigetta di cuoio nero. Conteneva parte di quei famosi gioielli Borghese, che Paolina aveva voluto offrire al fratello per finanziare la sua marcia attraverso la Francia. Una sola collana valeva almeno mezzo milione di franchi d'oro.

In febbraio il sole tramonta presto. Quando il corteo arrivò al porto, la notte stava già scendendo. Migliaia di lampade si accesero sopra le mura, dove si accalcava la gente accorsa da ogni parte dell'isola. Napoleone la percorse con lo sguardo, lentamente, forse con pena. All'imbarcadero c'erano tutte le autorità civili e militari. Traditi cercò di leggere un saluto che teneva in mano. Sarà stata l'oscurità, oppure la troppa emozione, fatto sta che il buon sindaco non vi riuscì. Tremava più ancora che il foglio che teneva in mano. Napoleone lo abbracciò e dovette poi stringere la mano a diverse persone che si erano precipitate intorno per abbracciarlo.

Poi, aiutato dal comandante Chautard, scese nel gozzo dell'Incostant. Allora esplose nelle navi il suono potente di una Marsigliese, che raggiunse in un attimo il porto, salì sulle mura, percorse le strade, di scalinata in scalinata, di collina in collina, fin giù in fondo al golfo.

Era finita: dopo dieci mesi l'Aquila prigioniera spezzava finalmente le catene e si librava in volo. Domani sarebbe passata al largo di Livorno, dopo domani sarebbe approdata ad Antibes, e sarebbe infine volata, "di campanile in campanile, fino alle guglie di Notre Dame..."

Domani.

*
E all'indomani tornò Campbell.

Sbarcato il 28, non vede l'Incostant, (che sapeva incapace di riprendere il mare senza un equipaggio adeguato), nota i miliziani ai posti di guardia occupati di solito dai granatieri. Colto da un sospetto, si dirige verso il palazzo comunale, residenza del Gran Maresciallo. E per strada incontra un compatriota che gli dice:

- Ma sì, il Gran Maresciallo è partito insieme all'Imperatore!

- Cosa?! Insieme all'Imperatore?!

E l'altro lo mette al corrente.

In preda all'agitazione, Campbell percorre a gran passi la scala che porta al'appartamento della Contessa Bertrand. Con la speranza di ottenere da costei il nome della destinazione finale dei fuggitivi, mente e le racconta che la piccola flotta è in realtà caduta in un'imboscata inglese. Benché molto scossa, Fanny dichiara di ignorare completamente la destinazione di quel viaggio.

A questo punto il Colonnello sale fino ai Mulini. Ricevuto da Paolina e incontrando nuovamente un totale mutismo, si scatena in una scena così spaventosa che la principessa gli deve ricordare che sta parlando a una signora.

Non riuscirà a sapere molto di più da Donna Letizia.

Decide allora di ridiscendere nuovamente al porto, si imbarca sulla sua corvetta e riprende il mare. Cercherà per diversi giorni, in tutte le direzioni, nella speranza di ritrovare la traccia dei fuggitivi.

Ma quando ritorna all'Elba anche Paolina è scomparsa. Spaventata forse dalle minacce sta viaggiando in direzione di Viareggio, accompagnata dalla governante, la signora Ducluzel, da Lise de Bel e dalla madre di lei. Un aiutante del Genio è la loro guardia del corpo. Letizia sa invece conservare molta più calma e dignità. Dopo aver scritto a sua figlia Carolina, moglie di Murat, perché quest'ultimo invii una fregata a prendere la suocera, la signora aspetta ora questa nave con una pazienza degna di una regina.

Ma il Re di Napoli farà ancor di più per esaudire i suoi desideri: sarà una piccola, vera squadra con un vascello di settantaquattro cannoni, il Joachim, quella che il genero le invia all'isola.

Dopo aver gettato un lungo sguardo verso Casa Vantini, dove aveva veramente pensato di poter invecchiare, la Madre sale con la Contessa Bertrand, i figli del Gran Maresciallo e la signora Blachier su questa autentica fortezza galleggiante, che salpa l'ancora e attraversa lentamente il golfo sotto le salve d'onore dei cannoni tirati da Forte Falcone e Forte Stella.

Ma per l'Isola d'Elba l'epopea imperiale non si può ancora dire terminata.