Vacanze all'Isola d'Elba? Elbalink: informazioni e prenotazioni di hotel, case in affitto, residence, camping, agriturismi, bed & breakfast. Guida dell'isola d'Elba e dell'Arcipelago Toscano. Orario traghetti e voli per l'Isola d'Elba.

Guarda gli orari e prenota on line il traghetto per l'Elba.
Traghetti Toremar, Moby Lines e Blu Navy.

Le migliori tariffe online dei traghetti per l'Isola d'Elba. Con Elbalink non paghi i diritti di prenotazione !


Informazioni sull' Isola d'Elba

Napoleone all'Isola d'Elba - l'Imperatore dell'Isola

« torna all'indice

Capitolo XV - Spionaggio, teatro & carnevale

Ai Mulini Napoleone riceveva molte persone. Per le cene ufficiali veniva preparata la tavola nel Gran Salone. Prima delle minacce di attentati l'Imperatore presiedeva il pasto in mezzo ai suoi convitati. Quando dovette diffidare venne adottata una disposizione insolita: gli invitati pranzavano sempre nel Gran Salone, ma l'imperatore e la sua famiglia si mettevano a tavola vuoi nel Gabinetto vuoi nella biblioteca, le cui porte rimanevano aperte. Dal suo posto Napoleone vedeva solamente la metà dei suoi ospiti e manteneva la conversazione alzando la voce. Era così chiacchierone che alle volte, trascurando le precauzioni, si alzava da tavola e, ancora masticando un boccone, passava nella sala grande a continuare la discussione. Vedendolo in piedi, anche i suoi ospiti si alzavano.

- Restate seduti, ordinava loro.

E passando dietro, dava loro piccole pacche sulle spalle e pronunciava dei gran discorsi che interrompevano il banchetto.

A Madame Mère, che dalla sua sedia nell'altra stanza, gli faceva segni di riprovazione, rispondeva ritornando al suo posto:

- Quando do un ballo, mi piace mischiarmi alla folla.

Sapeva che i suoi tenevano gli occhi ben aperti e sorvegliavano gli invitati. Tra questi vi erano le spie delle Potenze. L'isola ne era piena. Napoleone non lo ignorava certamente e li invitava apposta, per prenderli per il naso. Il cavalier Mariotti, console di Francia a Livorno, raccoglieva i loro rapporti e ne inviava un'analisi a Talleyrand, che si trovava dall'inizio di novembre, al congresso di Vienna. Mariotti li inviava anche al conte di Bussigny, ambasciatore di Luigi XVIII a Roma.

Le spie non operavano solo a Portoferraio e a Porto Longone, ma tenevano d'occhio i porti del continente e della Corsica. Veniva segnalato qualsiasi straniero che andasse o che tornasse dall'Isola . A Piombino operava un certo signor Benazzi. A Baratti vi era Mariani. A Santo Stefano, Lombardi, fratello di un consigliere municipale di Portoferraio. A Civitavecchia, il governatore Pacca in persona. A Livorno, gli impiegati del consolato.

Nel dipartimento del Var, il prefetto Boutgillier manteneva una rete attiva sulle coste e proibiva ai sindaci di vistare i passaporti per la Corsica. Nella Corsica stessa il governatore Guerin du Bruslart rivaleggiava in ardore antibonapartista con il cavalier Mariotti, inviandogli per lettera a Livorno qualsiasi indizio pericoloso. L'uno e l'altro detestavano Napoleone; l'uno e l'altro inviarono tanti delatori all'Isola d'Elba che questi finirono per spiarsi fra loro.

Naturalmente Napoleone faceva a sua volta spiare gli spioni. Molti di loro divennero degli agenti doppi vivendo alle spalle di entrambi. Un'inestricabile rete copriva tutto il mar Tirreno. Travestiti da monaci, pescatori, sfaccendati, rappresentanti di commercio, gli spioni si mescolavano alla folla che l'Inconstant trasportava in ogni viaggio. Da tutto il mondo veniva gente a vedere l'uomo che aveva soggiogato l'Europa e che adesso, decaduto e ridicolizzato nelle grandi capitali, accettava di dare udienza a chiunque si presentasse, non arrossendo a mostrarsi come un orso in gabbia.

Davanti alla casa di Cambronne, al forte della Stella, la folla si assiepava per ottenere un permesso di soggiorno. Muniti di questa autorizzazione, i beneficiari scendevano al Comune dove Bertrand aveva il suo domicilio ed i suoi uffici e dove una coda aspettava il proprio turno per salire ai Mulini. Questa moltitudine disseminava oro in tutta l'isola, arricchiva gli albergatori, gli affittacamere, i commercianti di tutti i generi ed infine il Tesoro stesso.

Grazie alle informazioni ottenute dai suoi visitatori, Napoleone poteva offrirsi il lusso di proibire l'entrata di tutti i giornali francesi. Dimostrando di non interessarsi più alla politica, ingannava in questa maniera tutto il mondo sulle sue intenzioni. I controllori delle potenze lo ritenevano ormai inoffensivo. Molti di questi segugi da strapazzo non brillavano punto per intelligenza. Reclutati di più fra i bisognosi che fra i professionisti, volevano dimostrare di sapersi guadagnare il loro soldo. Non scoprendo alcun segno d'ambizione presso l'ex-imperatore, si dilungavano su qualsiasi pettegolezzo relativo alla sua vita privata. In mancanza di meglio, inventavano. Durante il viaggio lampo di Maria Walewska uno di essi scrisse che l'Imperatrice era a Marciana, nonostante il divieto di suo padre. Di più: qualche settimana più tardi annunciava che Maria Luisa era ripartita incinta.

Uno solo merita una menzione onorevole: lo chiamavano il "Mercante d'olio" perché questo era effettivamente il suo mestiere. Il passaporto diceva che aveva trentatré anni, era alto poco più di un metro e cinquanta, viso tondo, naso piatto, occhi grigi e capelli neri. Si faceva chiamare Alessandro Forli ma niente prova che fosse il suo vero nome. Fornendo l'olio per i militari trovò modo di diventare amico di Cambronne. Acquistando olive da Vincenzo Vantini, arrivò a conoscere Madame Mère, la cui casa era di proprietà di questo ciambellano. Riuscì anche a conquistare l'amicizia del conte Litta, un ricco milanese che Napoleone vedeva con piacere.

I suoi rapporti a Mariotti erano preziosi.

Un giorno gli comunica che il 1° dicembre l'Imperatore ha domandato a Drouot: "Che ne pensate, generale, sarebbe troppo presto lasciare l'isola durante il carnevale?" (Cioè nel febbraio seguente.)

Dopo Natale, riportando una conversazione di palazzo a proposito del Congresso di Vienna, citerà questa frase di Napoleone: "Vedo che sarà necessario battersi di nuovo".

In una lettera di qualche tempo dopo egli descrive un'udienza accordata a un gruppo di tedeschi: "Hanno supplicato l'Imperatore di stare in guardia" poiché la Lega della Virtù "a Portoferraio aveva tre sicari ben travestiti con l'incarico di farlo fuori."

In breve, facendo presenti le minacce che spingevano Napoleone a lasciare l'isola ed a riprendere il potere in Italia o in Francia, il Mercante d'olio ritiene molto probabile il prossimo volo dell'Aquila. Mariotti ne avverte Talleyrand a Vienna e Bussigny a Roma. Il principe e l'ambasciatore avviseranno il governo di Parigi...

Informato da Forli e da altre spie di second'ordine, Mariotti non si contenta di dipingere lo stato d'animo di Napoleone. Fornisce anche gli elenchi dei suoi visitatori, sopratutto se stranieri di rilievo: nobili prussiani, principi nordici, conti italiani, gentiluomini inglesi. Sul libro delle udienze si trovano i nomi di lord Douglas, lord Ebrington, lord Bentinck e altri pari del Regno Unito.

"Gli inglesi -scriverà il console al principe di Benevento- hanno una viva ammirazione per Napoleone. Hanno acquistato a Firenze tutti i suoi busti in alabastro. Tutti i capitani inglesi hanno il suo ritratto in cabina." Questi nemici di sempre, l'Imperatore li stimava anche lui, ma individualmente, e con la stessa forza con cui aborriva la nazione britannica. In più voleva approfittare per avere tutte le indicazioni utili ai suoi progetti. Per cui li lusingava, li circondava di cortesie al fine di farli parlare. Molto abile in questo gioco, li spremeva come limoni.

"Sostiene tutte le spese per gli Inglesi, si legge in una corrispondenza dell'epoca. Quell'imbecille di Campbell è come se fosse suo prigioniero."

Giudicando, dal falso spettacolo della rassegnazione di Napoleone, che la sua missione fosse terminata questo imbecille chiede di ritornare a Londra. Ma tra lo stupore generale Napoleone lo pregò di restare. Per ottenere l'autorizzazione dei suoi capi, il commissario dovette richiedere un certificato sul quale Bertrand affermava:

"Io non posso che riaffermare al colonnello Campbell quanto la sua persona e la sua presenza siano gradite all'Imperatore Napoleone."

Così il carceriere non abbandonò la prigione trattenuto dal prigioniero. Così Napoleone dimostrava, ancora una volta, che lo spirito di conquista non lo tormentava più. Grazie alla presenza di Campbell ed ai rapporti di quest'ultimo a Londra, il Vinto smorzava le diffidenze dei vincitori. Questa prodigiosa anestesia, che le rivelazioni del Mercante d'olio non arrivavano a scalfire, raggiungono l'apice con l'inaugurazione del Teatro dei Vigilanti e la festa per la fine del carnevale.

*
Malgrado la mancanza di soldi, l'Imperatore aveva ordinato la costruzione di questo teatro. Costruzione è forse un po' troppo. Diciamo piuttosto la ristrutturazione.

L'antica chiesa di San Francesco era adibita magazzino militare. Si alzava su una piccola piazza che domina un parte della città, nel mezzo della Via del Carmine. Per salire dal porto alla Casa dei Mulini, le carrozze passavano davanti a questo edificio. Poiché fin dal 1801 serviva da deposito per le divise e i viveri dell'armata, Napoleone riteneva che mettendovi delle poltrone e facendola diventare una sala di spettacolo non avrebbe irritato i benpensanti. "Il clero stesso -scriverà Pons- non fece sentire alcuna lamentela; nessuno gridò al sacrilegio."

Davanti alla rilevanza del preventivo redatto dall'architetto, Napoleone ricorse agli Elbani. Inventando il procedimento che utilizzeranno i costruttori di immobili del XX secolo, egli vendette il teatro dividendolo in palchi e poltrone della platea, prima ancora di cominciare i lavori. Fu formata una società fra gli acquirenti, denominata curiosamente: Accademia dei Fortunati.

Sull'edificio vi fecero scrivere: A noi la sorte.

Tutto questo divertì Napoleone e gli permise di incassare abbastanza per poter dare inizio ai lavori.

Arrivarono muratori, falegnami e decoratori e crearono una graziosa sala nel gusto italiano del XVIII secolo, con quattro piani di logge e di gallerie. I tendaggi vennero ordinati ad un artista piemontese: "Apollo, esiliato dal cielo sorveglia il gregge di Admete e felice istruisce i pastori". Occorre dire che Apollo aveva i tratti dell'Imperatore?

I lavori durarono fino al gennaio 1815. Napoleone decise di presenziare all'inaugurazione, accompagnato dalla madre e da Paolina nominata "Organizzatrice degli spettacoli dell'Isola d'Elba".

*
Vestiti di rosso, in pantaloni bianchi e galloni d'oro, venti musicisti della Guardia prendono posto nell'orchestra. La sala è piena. Da oltre un'ora i comproprietari del teatro hanno preso posto con orgoglio nell'Accademia dei Fortunati. Si sono rovinati per mascherarsi. A noi la sorte! Il motto è dipinto sul frontone della scena. La borghesia di Portoferraio risplende. Sotto i luccichii, quasi tutte le donne sono graziose, malgrado la mancanza di abitudine al trucco e il provincialismo dei vestiti. I "commissari", ben istruiti da Paolina, rivolgono a ciascuna un complimento di benvenuto. Questi ausiliari con un bracciale sono dei luogotenenti della Guardia. Stanno ritti vicino ai portici dell'ingresso, in mezzo ad una doppia fila di colbacchi, di pennacchi rossi e di baionette. Attraversando un corridoio di granatieri, agli spettatori sembra di entrare all'Opéra di Parigi nei giorni gloriosi dell'Impero. Manca poco che non si salutino chiamandosi "duca", "principe" o "barone". Ne sono d'altra parte incoraggiati dall'Imperatore stesso che nomina Pons "conte di Rio". E il Signor Conte di Rio si dimentica delle sue idee repubblicane.

Nella sala dove le uniformi sfarfallano tra corone di organza, un mormorio di ammirazione e di fierezza accoglie il direttore d'orchestra quando sale sul palco, vestito come un maresciallo di Francia.

Madame Mère, sempre puntuale, è seduta nel palco ufficiale, ricamato con le api e con tendaggi con i colori elbani. Si aspetta soltanto, per cominciare, l'Imperatore e Sua Altezza Imperiale la principessa Borghese. Risuonano degli ordini: Eccoli!

Il direttore d'orchestra alza la bacchetta: per la prima volta l'inno elbano riecheggia nel Teatro dei Vigilanti. Ma che musica è? Ci si attendeva la Marsigliese, invece è un pezzo di Grétry, che esce dagli ottoni della Guardia, vecchio ma sempre di moda:

Dove si sta meglio che nella propria famiglia?

La "sua" famiglia, la famiglia di Napoleone, ma eccola qui riunita in questo teatro, in piedi nelle logge e nelle poltrone del parterre! Lo scaltro ha pensato che il celebre spartito avrebbe lusingato la vanità del suo popolo. E per dimostrare ancor di più di aver rinnegato il passato, ha indossato l'abito blu della Guardia nazionale elbana anziché la sua leggendaria uniforme di colonnello dei cacciatori. Solo la medaglia della Legion d'Onore evoca la sua antica dignità.

Risponde alle ovazioni con lentezza, abbassando la testa a destra e sinistra come se salutasse personalmente ogni spettatore. Si siede fra Madame Mère e Paolina, la prima irrigidita nel suo atteggiamento marmoreo, la seconda splendente nei sapienti drappeggi e velata di tulle.

Dietro di loro siedono il sindaco Traditi e l'indispensabile colonnello Campbell, scintillante nella sua tunica rossa e oro. Nella loggia accanto Bertrand, Drouot e Cambronne rappresentano le note serie. Il primo rumina l'eterno rammarico di essere senza la moglie, refrattaria a qualsiasi divertimento dopo la morte dell'ultimo nato.

Alla musica della Guardia nascosta nella fossa dell'orchestra succedono sulla scena dei suonatori di piffero in file serrate. Seguono nuovi applausi.

Il sipario si apre sul programma drammatico, recitato da un troupe sbarcata da Livorno. Si rappresenta in Italiano La coquette corrigée; poi in francese Arlecchino in Persia, una farsa e una buffoneria che divertono il pubblico locale, molto meno i privilegiati che ne hanno visto di ben migliori a Parigi.

Dopo lo spettacolo Napoleone e sua madre si ritirano. Non assisteranno alla ballo mascherato che avrà luogo sul palcoscenico. Per qualche minuto l'Accademia dei Fortunati diventa un alveare ronzante. Nei saloni che danno sulle grandi logge e su quelle piccole nascoste d'un tratto con delle tende, gli amanti della danza si cambiano d'abito. Hanno portato costumi da Pierrot, da Pulcinella, da selvaggio, da Colombina e li indossano con gioia.

La principessa appare come "Figlia di Procida", maschera inspirata ad un romanzo di Forbin. Con un corsetto verde, una gonna rossa, una camicetta bianca con maniche a sbuffo apre le danze correndo il galoppo con un maldestro Cambronne travestito da Siciliano.

Ella lo abbandona - Uff! e facendo tintinnare i suoi braccialetti si butta fra le braccia dei giovani ufficiali e dei notabili borghesi. Se la contendono. A Parigi, questi signori della Guardia non avrebbero potuto pretendere l'onore di fare un valzer con la sorella del Capo; qui provano la sensazione ineffabile ed alquanto voluttuosa di stringere fra le braccia una divinità così celebre per i suoi amori.

Soprattutto la tarantella attira i suoi ammiratori. In questa danza appassionata, vivace e briosa, la presa delle mani e la fuga della donna, i balzi dell'uomo per prenderla, hanno qualcosa della caccia dei satiri alle ninfe. Con il pretesto della coreografia ci si possono permettere delle libertà. I cavalieri della principessa non ne fanno a meno e la ballerina imperiale trova il suo piacere in questa lotta quasi-sensuale. La gioventù dell'Isola prova ad imitarla mentre i più anziani aggrottano un po' le sopracciglia. Basta! Un divertimento del genere non è da tutti i giorni per gli isolani. A noi la sorte! E si applaude ai danzatori ansanti.

*
Ora siamo ormai in pieno carnevale. Febbraio è appena iniziato. L'inaugurazione del Teatro non è più che un ricordo esaltante e ovunque risuona la festa.

Ballo in maschera ai Mulini. Ballo in maschera al Forte Stella, dove gli ufficiali della guardia rivaleggiano per ingegno e creatività. Ballo in maschera al Forte Falcone, dove i Polacchi eseguono le loro danze nazionali. E balli in maschera un po' ovunque nei salotti della bella borghesia. Il Mercante d'olio non se ne perde uno. Chi non desidera l'amicizia di questo commerciante distinto, amico di Cambronne e di Vantini?

La sua intelligenza, la sua bonarietà, il suo sorriso aperto sono molto popolari. E il suo spirito?

Ecco uno che sa davvero travestirsi!

A dire il vero, si traveste anche fin troppo, ma questo nessuno lo sa.

Si ignora per esempio che costui preferisce l'inchiostro simpatico a quello naturale, e che è a conoscenza della domanda di Napoleone a Drouot "Cosa ne pensate, Generale, sarà troppo presto lasciare l'isola prima del carnevale?"

Il Mercante d'olio apre bene occhi e orecchie. Balla sì, ma osserva e ascolta con grande attenzione.

Il mercoledì delle ceneri, la 'sepoltura del Carnevale' porrà termine alle feste. E questa sepoltura avrebbe fatto parlare tutta l'Europa.

Avviluppato nei cachemires della principessa, travestito da Pascià, il colonnello Mallet, l'austero comandante della guardia, conduceva il corteo a cavallo sull'Intendente, il bianco destriero delle parate solenni.

Dietro a Mallet saltellava Don Chisciotte. Sotto il catino di ferro e la barba dell'eroe di Cervantes, si poteva riconoscere il capitano Schulz, dei Cavalleggeri Polacchi, a causa della sua notevole statura. Alto un metro e 92, magro quanto il suo personaggio, avanzava su un ronzino fra i più scheletrici di Portoferraio.

Sancho Panza, nella persona di un ufficiale panciuto, addetto di solito ai viveri, seguiva il suo padrone sul dorso di un asino. I musicisti della guardia, vestiti tutti da Pierrot, accompagnavano i nostri tre buffoni. Camminavano suonando la trombetta, strimpellando le chitarre e battendo sui tamburi. Il singolare corteo funebre comprendeva venti carri di cartone, montati su pezzi delle artiglierie. Sotto i veli che nascondevano le odalische, il popolo riconosceva i baffi di Marengo e di Jena. Le mani pelose lanciavano fiori agli uomini, e le voci rauche imitavano malamente dei richiami femminili. Mah, quello doveva essere l'ordine del giorno, e non si discuteva.

Una sola carrozza, l'ultima, nascondeva delle signore autentiche. Vestite da bohemiennes, agghindate con cianfrusaglie e quasi irriconoscibili sotto i molti strati di tulle, queste birichine gettavano rose, garofani, e rami di mimosa agli spettatori divertiti. Molte di queste signore erano al servizio personale della principessa. E si diceva che Sua Altezza Imperiale in persona si nascondesse sotto i veli di una gitana.

Per colmo del ridicolo, tutto lo stato maggiore chiudeva il corteo, non in maschera, ma con gli abiti da cerimonia: non stavano forse seguendo un funerale?

Trascinando la spada sul selciato, i visi perennemente imbronciati, i generali Bertrand, Cambronne e Drouot non avevano bisogno di sforzarsi per apparire scuri in volto. Questa farsa doveva umiliarli già abbastanza così... In compenso gli aiutanti di campo, gli ufficiali di ordinanza e i funzionari civili rappresentavano l'immagine comica che si sforza inutilmente di piangere.

L'incredibile corteo percorse l'unico tratto carrozzabile della città. Partito da Forte Stella, dopo aver salutato Napoleone a una finestra dei Mulini, girò sulla sinistra e passò sotto il tunnel d'accesso alla Palazzina. Girando intorno ai gradini dell'anfiteatro giunse fino al centro di Portoferraio, attraversò la piazza della Gran Guardia, e sboccò, musica in testa, sotto i platani della Piazza d'Armi.

Davanti al piazzale della Cattedrale, gli ambulanti vantavano i pregi delle loro mercanzie. Giocattoli, petardi, alcuni articoli d'abbigliamento, alimenti della gastronomia locale, si poteva comprare di tutto, dopo un po' di mercanteggiamento. Un omino vendeva piccolissimi polipetti, cotti e infilzati su una forchetta, che i clienti assaporavano con delizia. Un altro vendeva la trippa cotta, confezionata che sembrava un rotolino di carta ondulata: un pizzico di sale, e i passanti si leccavano le dita.

Anche finti ambulanti si intrufolavano in mezzo agli altri, visto che in fondo si festeggiava il carnevale. Potevano in effetti imbrogliare i clienti sulla loro merce: quel giorno tutto era permesso, i manifesti ufficiali avevano del resto avvisato la cittadinanza.

- Comprate il mio elisir di lunga vita! gridava un uomo dal naso di cartone, l'abito ricoperto di stelle, un cappello a punta d'astrologo. Nei miei flaconi, vi troverete salute, longevità e felicità. Grazie a me, sarete un felice abitante del Cielo!

E alcuni tendevano una moneta, prendevano un'ampolla che si portavano alle labbra e sputavano un liquido giallo e vischioso, sotto le risate divertite del Mercante d'olio, riconoscibile, malgrado il travestimento.

Si divertiva parecchio, quest'uomo, ben più del il suo amico Cambronne. Ma certamente sarebbe ridiventato molto serio quando avrebbe redatto per Mariotti, con l'inchiostro simpatico, il resoconto di questa folle giornata.

Ma che buffonata! finirà per esclamare tutta l'Europa, quando verrà a conoscenza di una tale pagliacciata.

L'antica grandezza di colui che una volta era stato Napoleone stava davvero sprofondando nel ridicolo. Affetto da un rimbambimento evidente, l'Orco Corso sarebbe sceso ai livelli d'un da operetta. Non fa davvero più paura a nessuno. Così Mariotti fu persino accusato di eccessiva fantasia, per aver annunciato, due mesi prima, che Napoleone sarebbe forse partito proprio durante il Carnevale.

*
E invece da tre mesi, Napoleone non sogna altro che il suo ritorno in Francia.

Da Paolina, ritornata il 1° di Novembre, sapeva che Murat avrebbe mantenuto una neutralità affettuosa.

Dai suoi fratelli, attraverso le lettere che gli arrivavano cucite nell'interno delle fodere dei cappotti, veniva a sapere che Talleyrand chiedeva con insistenza al congresso di Vienna la sua deportazione alle Azzorre o nelle Antille Inglesi, o meglio ancora, all'Isola di Sant'Elena, dove già si comincerebbe a pronunciare il suo nome. Pure alcuni visitatori britannici gli avrebbero confermato questo progetto. Scosso anche dalle voci di possibili attentati contro di lui, Bonaparte finisce per dare l'ordine ai suoi di sparare su tutte le imbarcazioni che giungano nel porto in numero superiore a tre.

Per giunta, continuava a dibattersi nelle difficoltà finanziarie. La pensione promessa da Luigi XVIII non arrivava, e ben presto sarebbe quindi arrivato il momento in cui avrebbe dovuto rimandare a casa i suoi soldati, i suoi difensori, perché non avrebbe più avuto i mezzi per pagarli e per nutrirli.

Abbandonando l'isola, le sue truppe lo lascerebbero in balia delle potenze nemiche che potrebbero venire facilmente a prenderlo ai Mulini, se non addirittura farlo uccidere dai sicari. Bonaparte pensava che questa fosse una delle ragioni dell'abbandono finanziario delle Francia nei suoi confronti.

Così il 6 febbraio, nove giorni prima del Funerale del Carnevale, una lettera misteriosa parte da Portoferraio. Destinata ad un cittadino di Grenoble di nome Dumoulin, questa missiva lo ringrazia inizialmente delle informazioni comunicate al suo corrispondente elbano, che non aveva firmato. Costui informava il grenoblese che "si sarebbe atteso la prima occasione favorevole."

Questa occasione dipendeva, era scritto nella lettera, da certe indicazioni che sarebbe stato necessario fornire a P.F. relative ai dispiegamenti di forze nel Midi, al dislocamento degli accampamenti, e all'eventuale presenza di tale L.B. al suo posto.

P.F. stava per Portoferraio, secondo l'ortografia del tempo.

L.B. stava per il colonnello La Bedoyère, e il suo posto era il comando della 7a linea a Chambery.

Unico Bonapartista di una famiglia di ardenti Borbonici, questo ufficiale in congedo viveva a Parigi dal 1813. Aveva ricevuto in effetti l'ordine della sua nuova destinazione per Chambery, ma tardava a raggiungerla. Non vi arrivò che alla fine di febbraio. (Sei mesi più tardi il Conte Charles de La Bedoyère sarà condannato a morte per aver consegnato davanti a Grenoble il suo esercito a Napoleone, al grido di 'Viva l'Imperatore').

Sfortunatamente la lettera di Portoferraio viene intercettata dagli agenti del "Gabinetto Nero." Inviata al duca di Blacas, ministro della Casa del Re, trova questo gran signore indifferente o quasi.

Egli ordina comunque di arrestarne il destinatario e di inviare, tre giorni più tardi, copia del documento al ministro della Polizia. Poi, con la coscienza tranquilla, il Blacas torna alle sue occupazioni abituali. Sarà mai che un gentiluomo debba rompersi il capo a decifrare cosa vogliano dire P. F., L. B. o la prima occasione favorevole?

Il Blacas conta sul ministro della Polizia, il quale a sua volta, pensa lo stesso del Ministro della casa del Re e fa archiviare la lettera.

Una tale superficialità solleverà la collera di De Bourrienne. Già amico e segretario di Napoleone, passato in seguito nel campo avverso e divenuto prefetto di Polizia di Parigi, questo transfuga deporrà al processo di La Bedoyère. Al Blacas, rimprovererà crudamente la sua tranquillità criminale.

"Cosa avreste fatto al mio posto?" gli risponderà il duca.

Nelle sue Memorie il De Bourrienne espone la risposte che dice d'aver dato a La Bedoyère. Di questo lungo discorso, indigesto e un po' sfilacciato, eccone un breve sunto:

"Un quarto d'ora dopo aver ricevuto la lettera intercettata, avrei inviato a Grenoble degli uomini sicuri e preparati. Dopo essersi accertati della vera identità del destinatario, gli avrebbero fatto conoscere l'esistenza della lettera. Da qui, nulla di più semplice: si sarebbero chieste a tale individuo tutte le informazioni riguardanti il complotto, il nome del mittente nonché dei complici in Francia. Si sarebbe dettata al grenoblese una risposta da indirizzare a Portoferraio. In tale plico il cospiratore avrebbe dovuto affermare che il movimento dei reparti di soldati, di cui aveva parlato in precedenza, non era ancora operativo, e che di conseguenza si sarebbe dovuto ritardare la partenza di alcuni giorni. Poi, senza perdere tempo, si sarebbe inviato ai reggimenti di Provenza e del Delfinato -i cui capi, fedeli a Napoleone, ci sarebbero stati indicati- l'ordine di cambiare la guarnigione. E al loro posto, si sarebbe inviato sulla costa un grosso distaccamento d'uomini fedeli al Re."

In questo modo l'Aquila scappata sarebbe caduta nella trappola, mentre il destino della Francia sarebbe cambiato.

Ma come avrebbe potuto il Blacas, che conosceva tutti i divertimenti del Sovrano dell'Elba, diffidare del colosso divenuto nano, del 'Robinson che ordina l'insurrezione di massa di una trentina d'uomini'? Il Blacas non conosceva così bene Bonaparte, De Bourrienne invece sì.

Quando, due settimane dopo la lettera di Grenoble, il Duca ricevette il resoconto del carnevale di Portoferraio, aggiunse le sue risate a quelle di tutte le cancellerie. La Francia dei Borboni non interrompeva certo i suoi sonni, e di sicuro i buffoni dell'Isola d'Elba non l'avrebbero svegliata. Eppure...

Eppure il Mercante d'olio aveva avvertito il Mariotti delle intenzioni napoleoniche.

Il Conte Ferrand, direttore generale delle poste, nelle sue Memorie, alluderà anche a una seconda lettera rivelatrice, datata 23 febbraio: "Feci giungere alla polizia una lettera che avrebbe ben meritato tutta l'attenzione. In termini un po' oscuri, vi si indicava: 1° Una prossima partenza dall'isola. 2° La speranza di trovare a Grenoble dei grandi soccorsi. 3° Gli indizi di un complotto e di una corrispondenza."

Neppure questa lettera, come la precedente, riuscì a togliere il sonno al governo di Luigi XVIII.

E lo stesso avvenne dei rapporti di Talleyrand e di Mariotti ai ministri.

Il minimo che si possa dire è che si rimane perplessi davanti a tanta imbecillità.

Dando spettacolo del suo presunto declino, e puntando sulla miopia dei suoi avversari, Napoleone mostrava d'aver colto nel segno. Disgraziatamente a fare le spese dello scontro di cotanta leggerezza con una simile intelligenza, sarebbe stata proprio la Francia.

Gli avversari dell'Usurpatore diffondevano in tutta Europa le voci della sua senescenza, migliaia di caricature lo raffiguravano ormai con un'enorme pancia, le belle signore di faubourg Saint Germain canticchiavano, insieme con i ragazzini: Ah, dimmi un po' Napoleone, non viene la tua Maria Luisa...

In compenso, uomini come Fauché, Bourrienne e Talleyrand non abbassavano la guardia. Il Barone Hyde de Neuville dichiarava: "Anche da morto, bisognerebbe temerlo." Al Congresso di Vienna, dove i rappresentanti delle grandi potenze cominciavano ad avere forti dissensi tra loro, la Francia non riesce a far prevalere il suo punto di vista. Salvo forse il Metternich, perché la magia del nome dell'Imperatore presente ancora negli strati popolari della popolazione colpiva molto il cancelliere. Mentre il congresso rimaneggiava con mille difficoltà la carta dell'Europa, la Principessa Bagration diceva al ministro Viennese: - Ammettete almeno che per voi è stato meno difficile abbattere Napoleone che spartirvi le sue spoglie!

- È per questo che ho voluto conservarlo, rispose il Metternich. Ecco la chiave della mia politica. Avevo previsto tutto ciò, ed è per questo che ho voluto sminuirlo, ma pur sempre mantenerlo.

Diminuirlo, esiliandolo all'Elba.

Mantenerlo, cioè tenerlo di riserva, per agitarlo come uno spauracchio di fronte alle grandi nazioni, ed eventualmente evocarlo per riportare alla ragione i congressisti più bellicosi.

Attorno al tappeto verde delle negoziazioni si sono formati due blocchi distinti. Da una parte Francia, Austria e Inghilterra, dall'altra Prussia e Russia. Cominciano di nuovo a circolare voci di guerra e quale stratega condurrebbe meglio le truppe occidentali, se non Napoleone?

Ecco perché il Metternich invia in missione segreta il generale Koller a Portoferraio.

Questo ufficiale aveva già accompagnato l'Imperatore nell'aprile 1814, con Campbell. E dopo alcune settimane, aveva lasciato la sorveglianza del proscritto nelle sole mani del commissario britannico, rientrando in Austria.

Nove mesi sono passati da questa data ed ecco il barone Koller ritornare all'Isola d'Elba. Viaggia a bordo di una nave inglese: questo è un dettaglio importante per la comprensione del seguito. Il generale austriaco non sbarcherà, questo è un elemento essenziale per il successo della sua missione segreta. E spiega anche perché gli storici non trovarono mai traccia del suo passaggio a Portoferraio.

Secondo la leggenda, il generale austriaco invitò Napoleone a cena bordo del vascello Inglese. Napoleone ordinò ai Marinai della Guardia di portarlo con una scialuppa fino alla nave, però non resta alcuna traccia sui documenti degli archivi di tale ordine. Fece bisboccia con il Koller e si udì quest'ultimo dire al Bonaparte le seguenti parole: "Il governo dei Borboni commette talmente tanti errori e si rende così impopolare che che i francesi non hanno altra speranza che Voi. L'Austria e l'Inghilterra vi lascerebbero riprendere il potere, a condizione che Voi vi impegnate a non proseguire più nelle conquiste e permettiate alla Francia l'elaborazione di una costituzione liberale. L'Imperatrice e il Re di Roma rimarrebbero ostaggi presso Vienna fino alla concessione di tale costituzione."

In realtà, nessuno può veramente affermare che questo straordinario colloquio si sia realmente svolto. Se ne ha conoscenza solo grazie ai racconti di prigionia di Montholon, che si trovava a Sant'Elena e non già all'Isola d'Elba. E anche da una frase del maresciallo Ney durante il suo processo. Egli disse che l'Imperatore una volta gli rivelò la visita di Koller, con lo scopo di indurlo a schierarsi sotto le sue insegne ad Auxerre, durante un incontro avvenuto fortuitamente.

Chissà se in quel momento Napoleone diceva la verità?

La visita del Koller avrebbe avuto luogo verso la fine di gennaio, poiché si ritrova una traccia del suo passaggio a Parma il 15, a Civitavecchia una settimana più tardi, e infine, l'indomani, a bordo di una nave per una destinazione sconosciuta.

Però quel veliero batteva bandiera austriaca, e non inglese. Eccoci dunque ben lontani dal romanzo che era cominciato così bene.

Ammettendo che il generale avesse effettivamente incontrato Napoleone alla fine di gennaio, non ci si spiega come Napoleone abbia potuto mantenere la consegna e organizzare il ridicolo corteo del 15 febbraio. Se veramente avesse avuto la promessa della protezione dell'Austria e dell'Inghilterra, non avrebbe forse avuto la necessità di organizzare la mascherata del mercoledì delle Ceneri, allo scopo di rendere evidente la sua decadenza.

Il Colonnello della Guardia travestito da Pascià, il comandante dei cavalleggeri vestito da Don Chisciotte, i granatieri da odalisca, i musicisti da pierrots: quella arlecchinata avrebbe sicuramente incrinato la fiducia di Metternich e di Castlereagh, e li avrebbe persuasi che Napoleone, dandosi definitivamente ai piaceri, non fosse più in grado di comandare un grande esercito.