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Informazioni sull' Isola d'Elba
Napoleone all'Isola d'Elba - l'Imperatore dell'Isola
Capitolo XIII - Il ritorno dell'angelo
Dal tempo della sua gloria, Napoleone censurava la stampa e detestava i giornalisti. Rimproverava loro soprattutto quello che lui definiva la loro stupidità. In piena campagna di Francia mentre lottava con solo quarantamila uomini contro duecentocinquantamila soldati alleati, egli trovava il tempo, dopo le sue vittorie di Champaubert, di Montmirail e di Vauchamps, di scrivere a Savary, ministro delle Polizia, questa lettera piena di buon senso:
"I giornali sono redatti senza criterio. È conveniente, nel momento attuale, andare a dire che avevo pochi uomini e che ho vinto perché ho sorpreso il nemico e che eravamo uno contro tre?... Bisogna, a dire il vero, che voi a Parigi abbiate perduto la testa per dire delle cose simili: quando dico di avere trecentomila uomini, e il nemico ci crede, occorre ripeterlo a sazietà."
Avevo creato un ufficio per dirigere i giornali: questo ufficio non esamina dunque gli articoli? Ecco come, a colpi di penna, voi distruggete tutto il bene che proviene dalle mie vittorie! Non è questione di vanagloria, uno dei principi delle guerre è di esagerare le proprie forze e non di diminuirle. Ma come far comprendere questo a dei poeti che cercano di lusingarmi e lusingare l'amor proprio nazionale al posto di usare la testa?"
"Occorre sempre far credere al proprio nemico che si posseggono forze immense."
Diventato re dell'isola d'Elba, Napoleone non poteva più censurare i giornali poiché nel piccolo principato non ce n'erano. All'inizio, la stampa francese arrivava in modo saltuario e con grande ritardo. Questi fogli, naturalmente non erano teneri con l'Usurpatore, l'Orco Corso o Bonaparte. Nel timore che la loro prosa lo screditasse presso i suoi sudditi, o almeno quelli che comprendevano il francese - l'Imperatore finì per proibirne l'arrivo e la vendita.
Egli affermava, per spiegare questo rigore: "Non voglio più ricevere notizie dalla Francia, non mi interessano più, io sono morto."
E quando uno dei suoi interlocutori orientava la conversazione sui Borboni, cambiava subito argomento.
A Drouot diceva:
- Noi siamo Elbani ormai! Occorre sempre sposare una compatriota: sposatevi dunque qui!
E aggiungeva:
- Voglio che prendiate in sposa la signorina Ninci.
Drouot frequentava con assiduità questa persona. Ella pensava che avrebbe richiesto la sua mano. E poiché il generale tardava troppo, ella lo rimproverava. L'austero artigliere confessava che non pensava assolutamente ad un matrimonio. La ragazza ebbe un malore e dopo aver ripreso coscienza affermò che ne sarebbe morta. Drouot si inginocchiò davanti a lei e mormorò:
- Io non voglio che voi moriate! Farò di tutto per evitarlo, ma con questo non ho nessuna intenzione di sposarvi.
E fu lui che provocò il matrimonio di Bianchina Ninci con il farmacista Gatti di cui abbiamo già parlato.
In fondo Drouot sospettava che Napoleone volesse rientrare in Francia. La sua dirittura gli impediva di contrarre un matrimonio che, in tale eventualità, lo avrebbe obbligato a far espatriare sua moglie oppure ad abbandonarla.
Alcune rare lettere da Parigi gli segnalavano il fermento degli spiriti, mentre invece Napoleone non riceveva tutte le lettere che gli venivano indirizzate. Molte venivano dirottate dalla loro naturale destinazione, e quelle che l'Imperatore stesso spediva, venivano spesso intercettate dal "Gabinetto Nero".
"Le più importanti -scriverà il conte d'Hérisson- venivano portate alle Tuileries dove Luigi XVIII le leggeva a qualche intimo facendosi delle grandi risate."
Periodicamente un rapporto del ministro dava al re un riassunto della corrispondenza elbana. Così quello di Beugnot, del 29 luglio 1814 informa Sua Maestà che un certo "Signor Cambronne, che ha servito nella guardia imperiale e che si trova all'Isola d'Elba e che si ritiene che sia generale di brigata" ha scritto a sua madre, che abita a Nantes, "di non parlargli mai più di politica." In questa lettera Cambronne annuncia alla vecchia signora di avere la speranza di rivederla entro un paio d'anni.
Questo dimostra che le lettere dei generali di Napoleone incontravano gli stessi blocchi. Per contro non risulta che quelle degli umili fossero a loro volta controllate. Testimone la famosa "Lettera di Verdun" ricevuta da una guardia napoleonica dell'isola d'Elba.
"Mio caro Figlio,
Noi ti amiamo ancora di più da quando ti sappiamo presso il nostro fedele Imperatore. È così che fanno le persone
oneste. Ti crediamo che si venga dai quattro angoli del mondo per vederlo, poiché qui sono venuti dai quattro
angoli della città per leggere la tua lettera e che tutti esclamavano che sei un uomo d'onore. I Borboni non
sono finiti e noi non amiamo questi signori. Marmont è stato ucciso in duello da uno dei nostri e la Francia
l'ha ripudiato. Noi non abbiamo nient'altro da dirti, se non che preghiamo Dio e che facciamo pregare tua sorella
per l'Imperatore e per te. "
Evidentemente, questa lettera poco accademica, inventava il ripudio e la morte di Marmont. Portata ai Mulini, letta da Napoleone e copiata da Pons de l'Hérault, essa dava all'Imperatore molte informazioni sullo stato d'animo del popolo. La sua lettura sarebbe stata alquanto istruttiva per Luigi XVIII.
Malgrado i reclami arrivati da Portoferraio, questo re non versava la rendita stipulata con l'accordo dell'11 aprile. A sua difesa si deve riconoscere che il Trattato gli imponeva oneri piuttosto costosi. Doveva inviare non soltanto due milioni l'anno all'ex imperatore, ma anche 500.000 franchi a Joseph Bonaparte, altrettanto a Jerome, 400.000 a Hortensia di Beauharnais, 300.000 a Letizia, a Elisa e a Paolina e infine 200.000 a Luigi.
Sembra tuttavia, senza che lo si possa provare formalmente, che il gabinetto reale abbia trovato, nella sola cassa del tesoro pubblico dell'impero (senza contare la Cassa di ammortamento ne quella del Demanio straordinario) l'imponente somma di 407.768.613 franchi e che l'abbia prosciugata semplicemente versando gli acconti sui debiti contratti da Luigi XVIII verso i sovrani d'Europa e verso gli agitatori stipendiati da oltre ventiquattro anni per rovesciare la Repubblica, il Direttorio, il Consolato e l'Impero. Inoltre le tasse faticavano ad entrare, in un paese esaurito dalle guerre. Quindi, in difficoltà a pagare tutte le rendite promesse a Bonaparte, il governo reale non ne pagava nessuna. Così nessun favoritismo per "l'Imperatore Sovrano dell'isola d'Elba" come veniva chiamato nel Trattato.
Napoleone, privato del suo appannaggio non riusciva a sbarcare il lunario. Ciascun soldato gli costava 1 franco e 16 al giorno. I caporali 1 franco e 66. I sergenti 2 franchi e 22. In più il cibo, le divise, il pernottamento, il foraggio. E non parliamo degli ufficiali, dei generali, dei ciambellani, dei ministri. Peyrusse gestiva con cura le finanze del piccolo regno e chiedeva con insistenza di fare economia. L'Imperatore seguiva i suoi consigli, alle volte perfino esagerando. Accadde che obbligasse i minatori a consumare farine avariate, acquistate a basso prezzo, ciò che nuoceva alla sua popolarità.
Si rivelava spilorcio perfino nell'intimità. Quando giocava a carte con sua madre, questa lo sgridava in continuazione:
- Figlio mio, ma voi barate!
E lui replicava con un sorriso.
- Madre mia, voi siete ricca!
Cosa assolutamente vera. Oltre ai suoi conti in numerose banche d'Europa, Letizia era arrivata sull'isola con liquidi per un milione e mezzo. Peraltro lei li teneva a disposizione del tesoro, ma non sopportava la frode nel gioco.
Un'altra donna avrebbe contribuito al mantenimento delle finanze elbane: la principessa Borghese stava per ritornare a Portoferraio.
*
Nell'ottobre 1814 Paolina scrisse a Napoleone chiedendogli di farla venire a prendere a Napoli da una delle
sue navi. L'Imperatore chiamò Taillade e gli ordinò di partire sull'Inconstat. Il brigantino sarebbe andato
prima a Civitavecchia, imbarcando della merce e inoltrando della corrispondenza. Farà quindi rotta sulla
capitale di Murat.
Pregata da Letizia di presentarsi da Paolina, la signora Blanchier, dama d'onore, salì a bordo con Taillade.
Figlia del conte Fachinelli (di Mantova) questo personaggio porta la sua giovinezza con eleganza. In mare l'"ammiraglio" rende un po' troppi omaggi alla sua bellezza. Non soltanto le fa la corte ma spinge pure il suo ardore fino a cercare di chiuderla una sera nella sua cabina. La signora Blanchier chiede aiuto; dei subalterni di Taillade si precipitano e questi si inventa un'improvviso malessere della passeggera per giustificare la sua fretta a volerla spogliare. Dopo questo incidente, lo stato maggiore veglia su di lei e il comandante dovette forzatamente dominarsi.
Al ritorno verrà divulgata la sua "condotta più che sconveniente" e Durout infliggerà il biasimo che Taillade aveva meritato.
Il 1° novembre l'Inconstant riappare dunque al largo di Portoferraio. Una fregata napoletana lo scorta, imprestata da Murat per difendere sua cognata dai Barbareschi. Il brigantino porta la principessa Borghese ed il suo seguito, i suoi bagagli, i suoi cavalli.
Attraversa lo stretto, salutato dal tiro dei cannoni del forte della Stella, doppia la Torre di Passanante e getta l'ancora nel mezzo della darsena. Quando il canotto accosta alla banchina, la guardia presenta le armi. Il tamburo rulla, la folla acclama il felice arrivo, l'Imperatore e Madame Mère la accolgono sul molo.
Napoleone invita la sorella a salire sul calesse. Capricciosa, rifiuta sorridendo.
- Ho la mia carrozza! dice
I marinari sbarcano il veicolo e questo richiede un certo tempo. Paolina lo mette a profitto per coltivare la sua popolarità offrendo dolci ai bambini. Quando finalmente la berlina è pronta Paolina invita il fratello e la madre a prendervi posto.
Ai Mulini, l'Imperatore installa la principessa al primo piano nell'appartamento destinato a Maria Luisa. L'Imperatrice non verrà: Napoleone ormai non s'illude più.
*
Per il proprio servizio, Paolina impiega una squadra di servette elbane e francesi che vengono guidate dalla sua
intendente, la signora Ducluzel che era arrivata con lei.
Quelli della vecchia guardia di Napoleone la chiamano sia notre princesse, sia Paola o Paoletta e ne hanno tutti una vera adorazione.
L'Imperatore festeggia il suo arrivo dando un ricevimento nel vecchio granaio dei "Mulini". Quando la giovane donna fa la sua comparsa, l'orchestra suona la Marsigliese. Un raggio di sole entra con lei nella palazzina. Le sue audaci toilette, il suo fascino, le sue risate fanno dimenticare la maestà spesso arcigna di Madame Mère. Finite le letture della Bibbia di Drouot. Placata la tristezza del Gran Maresciallo, le collere di Pons, l'irascibilità di Cambronne. L'angelo consolatore mette un balsamo su tutte le piaghe.
Paolina era veramente graziosa? Le due sculture del Canova, quella di Roma e quella di Portoferraio, ci mostrano un viso dai lineamenti troppo perfetti per non apparire freddo. Il naso greco, il mento volitivo di Napoleone, le labbra dure tanto sono regolari, gli occhi ovali e l'assenza di qualsiasi ruga di espressione ne fanno una bellezza glaciale. Bisogna riconoscere che le due sculture non corrispondono ai quadri dipinti dai memorialisti, dagli uomini e dalle donne che hanno conosciuto, prima e durante il soggiorno all'isola d'Elba la ninfa dei Mulini. Ma Salomon Reinach non ha scritto nell'"Apollo": "Niente di più istruttivo del confronto, nello stesso Louvre, tra uno degli schiavi di Michelangelo, marmo dove tutto vibra, e una statua del Canova, dove la grazie dell'insieme, cioè della figura non riscatta la freddezza del modello"?
In effetti, Paolina Borghese non vibra nelle mani del suo scultore. La sua nudità ha la temperatura del marmo. Spalle, braccia, seni e cosce, niente di questi splendori scultorei riesce a prendere vita.
Tuttavia bisogna credere che Paolina sapeva piacere, poiché ella fece collezione di ammiratori. Il suo fascino superava senza dubbio la sua bellezza. Pericolosamente femmina sotto vestiti da ragazzina, esercitava sui maschi un potere sconvolgente. Ciò che colpiva a prima vista era la sua mano ed il suo sorriso: la sua mano accompagnata dal tintinnare dei braccialetti come un carillon annunciatore di carezze, questo sorriso che gli uomini non potevano vedere senza sognare di imprigionarlo fra le loro labbra. Su questa seduzione tutti i contemporanei sembrano d'accordo. Unanimi anche i maldicenti: "Madame Borghese, diceva Germaine de Staël, aggiunge una pagina e una immagine alla storia galante degli dei". Era come riconoscere in lei una dea.
Dall'età di sedici anni, adesso ne aveva trentaquattro, la dea se la prendeva comoda con la morale. Mostrava invece nelle sue amicizie una rara e sincera disponibilità. Il suo cuore e il suo denaro erano sempre a disposizione. Per tutta la sua vita ella sovvenzionò opere caritatevoli. Grazie a lei, (lo sappiamo già) l'Imperatore aveva potuto acquistare San Martino. Grazie a lei, (lo vedremo più avanti) verrà finanziata l'audace squadra del ritorno. "Se tutti i principi e le principesse della famiglia di Napoleone -scriverà Pons nel 1819- avessero avuto il disinteresse e la dedizione di Paolina, l'Imperatore sarebbe probabilmente ancora sul trono."
A suo fratello, a causa della sua sofferenza per l'esilio, la principessa perdonava tutto. La costringeva a fare più visite a Madame Bertrand di quante ne ricevesse imponendole premure e attenzioni per questa contessa che sfuggiva i Mulini. A tavola strapazzava Paolina davanti ai loro ospiti. Una sera la scacciò da un ballo dove si era presentata vestita di nero, colore che Napoleone non sopportava. E lei diceva ai testimoni di queste sgarberie:
- Mi addolorano ma non importa perché a lui piacciono.
Questa sottomissione poco abituale, questa schiavitù di chi bacia la mano che lo colpisce, alimenteranno il numero dei convinti dell'incesto. Il conte d'Hérisson affermerà nel suo libro sul "Gabinetto nero": Tutte le lettere che Paolina scriveva erano accuratamente copiate e inviate al Re (Luigi XVIII). È grazie a diverse di queste che i segreti della sua condotta incestuosa furono svelati."
Dove sono finite queste lettere? Ci farebbe davvero piacere poterle leggere prima di condividere un tale giudizio. Anche se l'incesto fosse avvenuto si può dubitare che l'interessata avesse avuto l'impudenza di descriverlo ai suoi corrispondenti.
Paolina poteva parlare del suo attaccamento a Napoleone, impiegare la parola "amore" per "affetto", evocare la sua intimità con suo fratello in termini che potevano prestarsi ad equivoci, ma esprimersi in maniera così netta che nessun dubbio potesse sfiorare il pensiero dei destinatari delle lettere, questo non sembra proprio possibile. "Datemi tre righe scritte da un uomo, diceva un tempo Richelieu, e lo porterò in tribunale."
Tutto porta a pensare che gli adulatori di Luigi XVIII praticassero, insieme al loro odio per Napoleone, un machiavellismo dello stesso genere e che il re di Francia fosse ben contento di credere loro.
Il direttore delle miniere, tuttavia, racconterà più tardi che aveva visto Napoleone baciare sua sorella sulle labbra. Con tutta la sua franchezza e la sua abituale brutalità, Pons manifestò il suo stupore.
- È una abitudine corsa, rispose l'Imperatore. I padri abbracciano così le loro figlie, senza scandalizzare nessuno.
E Pons non insistette oltre davanti a Napoleone e sua sorella come non si dilungò nei suoi Souvenirs su questo incidente al quale non diede più importanza di quanta ne meritasse.
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