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Informazioni sull' Isola d'Elba
Napoleone all'Isola d'Elba - l'Imperatore dell'Isola
Capitolo VIII - L'"isola del riposo"
Una sera Napoleone chiacchierava nella sua camera con l'amico Poggi. Il capo della Polizia tolse di tasca un foglio e tendendolo all'Imperatore: - Ecco, disse, un libello trovato dai miei informatori a Porto Longone. Napoleone prese il volantino e lesse:
Singolare testamento del signore dell'Isola d'Elba
Io lascio il mio spirito al Padrone dei Re; il mio corpo alla terra; il mio cuore a Maria Luisa; ed il mio nome a suo figlio.
Lascio la mia stima alla Francia; la mia ammirazione seguirà i guerrieri dovunque
.Lascio i primi raggi della mia gloria al figlio di Giuseppina: è proprio un piccolo prezzo per la sua fedeltà.
Lascio il mio orgoglio all'Inghilterra; la mia ambizione è caduta in mare, nel viaggio all'Isola d'Elba. La lascio all'abile tuffatore che potrà ripescarla.
Lascio la mia generosità all'Imperatore Alessandro; la spada di Federico il Grande al re di Prussia; e la mia a Lord Wellington.
Restituisco il trono di Enrico IV a Luigi XVIII, l'Olanda agli Statouder, l'Italia all'imperatore d'Austria, Roma al Santo Padre, la Spagna a Ferdinando, il regno di Napoli a chi se lo vorrà prendere.
Poiché desidero che Dio mi perdoni, perdono di buon cuore quelli che mi hanno tradito.
Fatto all'Isola d'Elba il. . . . . . . . . . . . . . . . 1814
Queste elucubrazioni divertirono Napoleone. Condensavano la sua vita in qualche frase e indovinando la sua sete di vendetta verso Murat, che era rimasto sul trono di Napoli dopo aver tradito il cognato mettevano sotto la penna del testatore queste parole insinuanti: "Restituisco... il regno di Napoli a chi se lo vorrà prendere."
In effetti l'Imperatore non pensava per niente né a far testamento né alla morte. E neppure pensava, almeno durante i primi mesi del suo soggiorno a Portoferraio, di rientrare in Francia e di riprendere l'Avventura al punto in cui l'aveva lasciata.
Anzi: semmai era vero il contrario. Intanto organizzava il suo regno di Lilliput con cura. Schiavo del suo genio di amministratore, un po' disordinato, stabiliva il piano delle riforme mescolando l'utile al dilettevole. Dogane, dazi, registro, saline, pesca del tonno, ospedali, fortificazioni, spettacoli, vigne, dissodamento, distribuzione delle terre, introduzione del baco da seta, risanamento dei comuni, pavimentazione di Portoferraio, costruzione delle strade che solcano l'Isola, questi furono gli argomenti ai quali dedicò i suoi primi tempi liberi.
"L'era nuova dell'Isola d'Elba -scriveva Pons- si annuncia piena di attese; quasi una città-stato ideale, bella rigogliosa e rettamente governata."
Tutto questo era splendido, ma occorreva del denaro.
- Vediamo, signor Peyrousse, diceva l'Imperatore, che cosa possediamo?
Ed il ministro delle Finanze, seduto sul tavolino a tre gambe della biblioteca dei Mulini, sfogliava i suoi conti e rispondeva a Napoleone, che girava come una belva in gabbia:
- Il 10 aprile a Fontainebleau non avevo in cassa che 488. 913 franchi. Vostra Maestà mi inviò a prendere la rimanenza del Tesoro a Orleans, dove si trovava l'Imperatrice. Ella volle consegnarmi 2.580.000 franchi che io dovetti nascondere, per paura dei Francesi ma anche dei cosacchi, in tre botti di letame. Questo denaro non era sufficiente e voi mi faceste tornare il giorno dopo presso la vostra augusta Sposa. L'Imperatrice accettò di versarmi ancora 911.000 franchi. Noi siamo dunque partiti da Fontainebleau con:
488.913 + 2. 580.000 + 911.000 = 3.979.913 franchi.
Purtroppo i costi di cancelleria per il trattato sono ammontati a 30.000 franchi. Il viaggio ne è costato 60.000. Infine il calzolaio Allori, che rispondeva della sorveglianza delle casse, al momento della loro apertura è fuggito da Portoferraio con 64. 295 franchi in monete d'oro e d'argento. Da cui risulta che Vostra Maestà non possiede più che
3.979.913 - 154.295 = 3.825. 618 franchi
- Questo sarà il mio tesoro di guerra, Peyrousse, la mia riserva. Non la toccheremo se non in caso di necessità assoluta.
*
Per vivere e mantenere la sua corte, gli impiegati, la marina, le truppe, per pagare gli stipendi e i grandi
lavori che ha in programma, Napoleone conta sulla rendita promessa da Luigi XVIII, nel Trattato di Fontainebleau:
due milioni all'anno.
E fa pure conto sui contributi dell'Isola e sulle rendite della pesca del tonno, delle saline, delle miniere di ferro.
Ma della rendita promessa l'11 aprile, il re di Francia non verserà mai un centesimo.
Le tasse, le saline e la pesca non garantiranno che 300.000 franchi all'anno.
Quanto alle miniere di ferro, già della Legione d'Onore, dovevano ancora versare 200.000 franchi alla vecchia proprietà al momento in cui Napoleone arriva sull'Isola. Venendo a conoscenza dell'esistenza di questa somma, l'Imperatore volle confiscarla.
- Sono il vostro sovrano, disse a Pons, e voi mi farete avere questo denaro.
- Scusatemi Sire, ma appartiene alla Grande Cancelleria, dunque al governo francese, qualunque esso sia.
L'Imperatore alza le spalle. Doveva forse discutere questo con il direttore delle miniera? Gli invierà Peyrusse e il ministro delle finanze persuaderà il troppo onesto funzionario.
Vediamo come...
- Signor Pons, dovrete versare nelle mie casse i vostri 200.000 franchi.
- I miei 200.000 franchi, Signor Ministro, appartengo alla Legion d'Onore. Per quanto riguarda la vostra cassa l'amate voi così tanto che occorra riempirla con del denaro straniero?
- Sì, signor Pons, a tal punto che è essa, e non l'Imperatore, che io ho seguito in esilio.
Scoppiano a ridere.
- Se voi rifiutate, aggiunge Peyrusse, il generale Cambronne invierà i suoi granatieri.
- In questo caso occorrerà che i suoi granatieri siano più forti di me. Se sono più deboli li butterò fuori dalla finestra!
Peyrusse ne dedusse che il direttore, sotto la maschera dell'ironia, pensava forse di far difendere la sua cassaforte dagli operai? Poteva anche darsi. Così preferì non insistere e rientrato a Portoferraio racconta a Napoleone i propositi di Pons.
Invece di arrabbiarsi, l'Imperatore manda a chiamare il colpevole facendolo venire ai Mulini
- Signore, devo fare delle economie, poiché voi non consegnate le rendite delle miniere. Così ho deciso di licenziare la metà dei vostri dipendenti. E conto sulla vostra abilità per ottenere, dall'altra metà, un rendimento uguale a quello degli effettivi completi.
Pons protesta. Mandare a casa dei minatori avrebbe voluto dire condannarli alla miseria più nera. Impossibile.
-Ed io, butta lì Napoleone, non credete che io sia povero?
Scosso, oppure diventato più diplomatico, l'amministratore dà questa risposta da cortigiano:
- Sire, la vostra povertà sulla terra è uno dei raggi più belli della vostra gloria. Testimonia che nei giorni della gloria voi avete pensato di più al benessere del popolo che al vostro.
E tuttavia non demorde dal suo doppio rifiuto: né i 200.000 franchi, né il licenziamento di parte dei minatori.
- Fate quello che giudicherete meglio, impreca Napoleone.
E lo congeda bruscamente.
Pons de l'Hérault esce dal gabinetto dell'Imperatore. Attraversando il Gran Salone s'imbatte nel ciambellano di servizio.
- Vogliate, dice, portare le mie dimissioni a Sua Maestà. Provvederò a confermargliele per iscritto al mio ritorno a Rio.
Nelle sue memorie Pons affermerà che non contava affatto di dimettersi: prevedendo la sua destituzione voleva anticiparla. Nello stesso tempo sperava che questo annuncio consigliasse l'Imperatore a trattenerlo. Se non si fosse trattato di soldi questa storia si sarebbe potuto chiamare un litigio fra innamorati.
Pons non si sbagliava. Drouot gli corse dietro e lo riprese sotto il tunnel che dà accesso ai Mulini. Tutte e due a cavallo, accostati, il generale si volta e gli grida:
- Signor Pons, l'Imperatore rifiuta le vostre dimissioni!
Qualche giorno più tardi, Napoleone arrivò alle miniere con Bertrand e Peyrusse. Ignorava se Pons avesse già inviato i 200.000 franchi a Parigi, ma la sua conoscenza degli uomini gli faceva pensare il contrario.
Volendo lusingare il direttore e contemporaneamente mortificarlo (il litigio d'amore continua) butta là questa frase:
- Signore, faremo colazione da Voi. Che la signora Pons non si occupi di nulla, la nostra colazione ci segue nel calesse portavivande!
Mangiano tutti insieme e riprendono la discussione:
- Mi verserete quella somma, signor Pons.
- No Sire, non la verserò!
Questa risposta è la prova che il malloppo è ancora a Rio. Sente avvicinarsi la vittoria e risponde:
- Signore, io sono sempre l'Imperatore! (Il trattato di Fontainebleau gli aveva lasciato questo titolo.)
- Ed io, ribatte Pons, sono sempre francese!
Decisamente l'avversario è coriaceo.
Napoleone butta il suo tovagliolo e si alza.
- I miei cavalli! Non ho più niente a che fare con questa casa!
Monta in sella. Bertrand e Peyrusse lo imitano. I valletti riordinano le vettovaglia nel calesse portavivande. Non sapendo bene che fare, il direttore contempla questa fuga, esitando. Da una finestra, sua moglie mostra un'espressione desolata.
- Signor Pons, grida l'Imperatore, prendete il vostro cavallo e seguitemi.
Egli obbedisce.
Il corteo prende la strada della montagna in un silenzio di morte. "Sicuramente mi farà finire in prigione", pensa l'amministratore. Ed evoca la torre del Passanante dove il celebre bandito passò cinquant'anni della sua vita.
Passarono due ore, nel magnifico paesaggio dell'Isola d'Elba... D'un tratto, Napoleone sorride: parla della campagna, della bellezza dei posti che attraversano, del blu del mare che si intravede su tre lati contemporaneamente.
In un pendio occorre scendere di sella e salire una breve rampa a piedi. Napoleone prende il braccio di Pons e lo invita a terminare il pranzo interrotto a Rio.
I valletti stendono una tovaglia sull'erba. L'Imperatore ha per il suo ospite le più attente premure. Fra queste un onore che scioccherebbe i nostri criteri igienici del XX secolo, ma che, a quei tempi dava la misura delle attenzioni reali. L'Imperatore fa bere Pons nella sua stessa coppa di champagne e nella sua tazza di caffè. Con fare ammiccante sussurra:
- Allora, quei duecentomila franchi, Signor Pons, voi me li darete, non è vero?
Pons capitola. Anche se nei Souvenirs tenterà di difendersi, è chiaro che non chiede di meglio: la sua condotta lo prova a cominciare dal ritardo nell'inviare i soldi a Parigi. Pensa -dirà poi- ai granatieri che non gli vennero affatto inviati, alla prigione in cui pure non venne gettato e scriverà per giustificarsi: "L'Imperatore trionfava senza riserve. Non mi aveva vinto, io mi ero vinto. Mi si dica chi è quell'uomo che, al posto dell'Imperatore, non mi avrebbe frantumato come un bicchiere? Senza dubbio egli aveva torto a prendere quello che non era suo; ma avrebbe potuto impossessarsene con la forza, e anche quando il mio rifiuto poteva sembrargli un oltraggio non ha mai voluto schiacciare la mia debolezza."
*
A quell'epoca l'Isola non possedeva che due strade. La prima collegava la capitale a Porto Longone e a Rio,
l'altra arrivava fino a Marciana. Oggi, grazie al denaro di Pons le auto possono circolare dappertutto.
Nel 1814 l'Imperatore galoppava senza sosta nelle campagne per rilassarsi, diceva lui, dei suoi lavori organizzativi. "Si direbbe -nota il commissario inglese Campbell- che Napoleone voglia realizzare il moto perpetuo. Si diverte a distruggere tutti quelli che lo accompagnano nelle sue escursioni."
Lasciata la sua divisa verde di colonnello dei Cacciatori, cavalca in uniforme blu con risvolti bianchi, quello delle guardie nazionali. "Perché si traveste così?" bofonchiano i soldati. Senza dubbio per far vedere che rinuncia a tutte le intenzioni di conquista. E tuttavia un giorno lo sentono gridare "Ah! come è piccola la mia isola!"
Trasforma tutto, ma facendo coincidere il risanamento dei costumi con le sue necessità di denaro.
Facciamo un esempio: in mezzo a ciascuna strada in pendio o alle scalinate vi è una scanalatura longitudinale per lo scolo delle acque. Poiché i netturbini non salgono sulle gradinate per portare via i rifiuti, vi è l'abitudine ancestrale di gettare la spazzatura domestica in questo scolo, contando sui temporali per fare pulizia. E poiché non piove tutti i giorni (e neanche tutte le settimane) i mucchi di immondezza si accumulano, fermentano sotto il sole e spandono un odore nauseante.
Al suo arrivo, Napoleone, inaugura un procedimento di pulizia inedito. Per suo ordine, addetti alle strade salgono i gradini portando un gran cesto di vimini. Suonano una tromba davanti a ogni porta e attendono che la massaia esca e versi i propri rifiuti, dopodiché ogni spazzino riprende il suo percorso. Così le strade sono tenute pulite e si riconosce anche da questo interesse per i più minuti dettagli della vita materiale, l'universalità di un uomo che in passato, aveva dettato il regolamento della Commedie Française mentre prendeva il bagno a Mosca.
Ma attenzione! Le donne che nonostante il nuovo sistema continueranno a depositare i rifiuti sulla strada, verranno punite con una multa proporzionale al numero dei componenti della famiglia.
Ancora:
Saranno puniti con una multa gli abitanti che, disdegnando le latrine che l'Imperatore ha fatto costruire, vuoteranno i loro vasi dalle finestre.
Saranno punite con una multa le prostitute (il loro numero è triplicato dall'arrivo delle truppe) che avvicineranno gli uomini fuori dallo spazio antistante la facciata della casa dove abitano.
Saranno punite con una multa le persone che, disubbidendo agli ordini del Corpo medico, dormiranno in numero superiore a cinque in un solo letto.
Saranno punite con una multa le persone che, per negligenza o volontariamente lorderanno le fontane di acqua potabile messe in opera a Portoferraio o a Porto Longone per ordine dell'Imperatore.
Saranno punite con una multa le famiglie delle persone contagiose che non avranno provveduto a trasportarle all'ospedale.
Saranno punite con una multa... queste parole ritornano costantemente sotto la penna del tiranno. Ma le epidemie diminuiscono e gli abitanti finiscono, dopo aver maledetto il brusco cambiamento delle loro abitudini, per riconoscere in Napoleone un salvatore.
Fa pavimentare le strade di Portoferraio, piantare alberi nelle piazze, mettere fanali ogni dieci metri, seminare prati davanti alle caserme, sistemare panche sulle passeggiate e trova modo, tanto la sua gestione è buona, di dare nel 1814 alla municipalità della sua capitale, entrate per 64.954 franchi contro 62.285 di spese.
Per la sua difesa mette la marina e l'armata sul piede di guerra. L'articolo XVI del Trattato di Fontainebleau obbligava il governo di Luigi XVIII a fornire una corvetta al regno elbano. Il 25 maggio, un capitano portava un semplice brigantino, l'Incostant, armato di sedici cannoni. Anche se indignato, Napoleone accetta questo battello di seconda categoria. Oltre a questo la flotta si compone della Caroline munita di un sperone e di un solo pezzo; dai trasporti Abeille e Mouche, forniti dalla miniere; del mezzo sciabecco acquistato dall'Imperatore per 8822 franchi e di un canotto a remi, un regalo del comandante dell'Undaunted al momento di lasciare l'Isola.
Reclutati fra i pescatori, centoventi marinai rimpolpano questa flottiglia. La dirige il marinaio più alto in grado all'Elba, il sottotenente di vascello Taillade. Ma questo ammiraglio d'occasione che perde la testa alla minima tempesta aveva poca autorità sui suoi equipaggi che si burlavano di lui.
Così, non potendo contare su una flotta per difendersi da un attacco, Napoleone volle potenziare la sua armata. Inviò sette ufficiali in Italia con la missione di convincere segretamente dei volontari. Questi reclutatori dovevano, contro un premio di cento franchi, convincere dei soldati della penisola a disertare i loro corpi. Tre incaricati caddero nelle mani della polizia austriaca, gli altri riuscirono faticosamente a mettere insieme centocinquanta uomini. Drouot li incorporò nelle "scimmie verdi", fantaccini del Battaglione corso composto da Ungheresi, Toscani, Napoletani e Greci.
Mancando di quadri fondò una "Scuola cadetti" a Porto Longone. Questi allievi ufficiali non superarono il numero di dieci. Reclutati fra la gioventù elbana, portavano un cappello bordato di rosso, un abito blu con cinturone bianco, le spalline e una spada. Questa uniforme era il loro orgoglio. I famigliari pagavano una pensione di 300 lire all'anno, di cui 180 ritornavano nelle tasche del loro figlio a titolo di stipendio.
Tenuto conto dei volontari, dei numerosi disertori che "la nostalgia del paese natale" provocava, degli esclusi per cattivo carattere, l'esercito finiva per essere così composto:
Fanteria: Guardia imperiale 600 uomini.
Battaglione corso: 300 uomini.
Cavalleria: Squadrone polacco: 120 lancieri.
Gendarmeria: 10 sottufficiali d'elite.
Artiglieria: 40 cannonieri.
Se escludiamo i militari d'occasione della Guardia nazionale, "L'Armata" conta quindi 1070 combattenti. Ma bisogna vedere che combattenti! Questi veterani avevano, per vent'anni, fatto tremare l'Europa e forgiato la gloria di Napoleone.
E se ne approfittavano usando nei suoi confronti una familiarità che questo Napoleone non censurava per nulla. Vedendo maturare l'uva delle vigne che possedeva nell'Isola, Napoleone ebbe a dire un giorno: "I miei soldati la vendemmieranno prima di me." Non aveva torto: i soldati consideravano i suoi beni come loro. Quando volle assaggiare l'uva non ottenne che gli avanzi.
Si vendicava costringendo le truppe a lavorare la terra, abbattere muri, costruire strade "Ma come! rispondeva a quelli che protestavano, non vi pago certo perché stiate con le braccia conserte!"
La sera, cacciatori e granatieri rientravano spossati alla caserma San Francesco ed al forte della Stella, i lancieri polacchi a quello del Falcone.
A queste fortificazioni vennero dati nuovi nomi. Non contenti di tradurre in francese de l'Etoile e du Faucon finirono per chiamarli Montebello e Saint-Cloud in ricordo di una celebre vittoria e del rimpianto castello.
Vegliando sulla sicurezza dell'Imperatore, temevano sempre un attacco e dormivano con un un'occhio solo. Negli archivi dei Mulini si trova una lettera di Napoleone a Drouot, data 26 agosto 1814 e rivelatrice di questa preoccupazione. Si trattava di un'allerta provocata da alcuni soldati che, in un momento di panico incontrollabile, erano corsi a prendere le armi senza ordini dei loro capi. Il messaggio comporta una vera reprimenda agli ufficiali della compagnia colpevole.
Alcuni ordini provano che l'Imperatore stesso non si sentiva proprio tranquillo. In uno proibisce ai comandanti dei forti di passare la notte fuori dagli accampamenti. In un altro ordina a Drouot di punire quegli ufficiali che abitando nelle case costruite sul bastione della Gran Guardia, avessero aperto delle finestre negli scantinati di questi immobili bucando così il Bastione e rendendolo vulnerabile ad un attacco nemico
*
La presenza di Napoleone rende l'Isola un grande polo di attrazione. Da tutta l'Europa accorrono curiosi e
sfaccendati. Sulla piazza d'Armi si trova l'Albergo Bonroux che rigurgita di persone. Questo ostello, sistemato
per ordine di Bertrand, non ha che venti camere. Vista l'affluenza, dopo il coprifuoco delle nove di sera per i
soldati e delle dieci per gli ufficiali ed i civili, venivano preparati dei letti anche nelle sale. La polizia poi,
faceva buona guardia! Le pattuglie giravano tutta la notte con le sciabole sguainate e guai a chi metteva il naso
fuori della porta! C'era la prigione oppure una multa - meglio la multa, al fine di alimentare il Tesoro!
Quando disponevano di qualche camera libera, gli Elbani l'affittavano al maggior offerente ed i viaggiatori se le contendevano. L'esilio di Napoleone attirava una folla di commercianti, d'avventurieri, d'artisti, di disoccupati in cerca di qualche lavoro, di fanciulle leggere ed anche di inglesi di quella specie itinerante non ancora chiamata turisti. Il mondo intero veniva a vedere il conquistatore rinchiuso nel suo isolotto, il gigante diventato nano. Una lionese, la signorina Sauvage, prese in affitto una intera casa riaffittandola, stanza per stanza agli stranieri.
Da mattino a sera il caffè Buon Gusto traboccava di gente. Anche questo, come l'Albergo Bonroux, si apriva sulla piazza d'Armi. I bevitori pagavano le loro consumazioni in napoleoni, in lire sterline o con monete nuove con l'effigie del Granduca di Toscana. Il padrone calcolava il cambio di fronte al cliente. Fra il fumo della pipa si scolavano bicchierini di aleatico alla salute dell'Imperatore. D'inverno gli habitué strapazzavano gli intrusi che lasciavano la porta aperta. Improvvisamente tutti si alzavano: alcuni veterani della Guardia arrivavano in gruppo e tutti sapevano che il rifiuto di cedere loro le tavole avrebbe scatenato una rissa furiosa. La sera alcune lampade gettavano le loro luci fioche in questo ambiente pieno di fumo.
Tutti i giorni, proprio in questa piazza, Cambronne passava in rivista le truppe. L'attrazione quotidiana richiamava una grande folla. Una mattina accadde uno spiacevole incidente, la folla maltrattò un civile, un povero cristo sbarcato da poco. Il generale, che l'aveva preso per una spia, l'aveva interrogato piuttosto rudemente in pubblico. Questa vittima non era altro che un vecchio subalterno di Bertrand che raggiungeva il suo capo. Il gran Maresciallo giunse quasi a sfidare Cambronne in duello; l'affare si gonfiò fino a quando Napoleone riconciliò i due generali e versò un risarcimento alla vittima della sindrome spionistica che aveva contagiato un po' tutti.
Gli abitanti divennero fanatici quanto, se non più, degli stessi soldati. Salutavano la bandiera della Guardia con un rispetto religioso. Questo drappo di seta Napoleone lo aveva pagato 168 franchi. Riposa adesso a Parigi, agli Invalidi, nel Museo dell'Armata offerto da sir Archibald Campbell, discendente del famoso Neil Campbell, commissario britannico nel 1814.
Napoleone apprezzava questo carceriere, vestito da colonnello e con il titolo di ambasciatore, per la delicatezza e la cortesia. I ministri lo apprezzavano per la sua discrezione. Gli Elbani per il suo elegante abbigliamento rosso ed oro.
Il generale Koller, commissario austriaco e secondo delegato delle Potenze, piaceva meno alla corte ed alla città. Non che dimostrasse meno buone maniere del suo collega londinese ma gli si rimproverava, implicitamente, di rappresentare il paese che teneva l'Aiglon prigioniero. D'altra parte non doveva rimanere in eterno all'Isola d'Elba. A Napoleone gridava spesso, nel fuoco di una discussione: "Vostra Maestà ha torto!"
Esasperato l'Imperatore un giorno replicò: - Parlereste così al vostro sovrano?
- Il nostro sovrano, rispose Koller, troverebbe molto disdicevole che i suoi servitori non gli dicessero tutta la verità.
- In questo caso, riprese l'Imperatore, il vostro padrone non è mai stato servito altrettanto bene.
Lasciando l'Isola dopo qualche settimana di soggiorno, il generale Koller negoziò, per conto di Napoleone, un trattato commerciale con la città di Genova. E assolse questa missione a vantaggio del nuovo regno dell'Elba e del suo re. Napoleone non doveva più dimenticare questo emissario; avrebbe avuto l'occasione -secondo una leggenda che ricorderemo più avanti- di rivederlo a Portoferraio.
In quel momento l'Imperatore non aveva che un unico sorvegliante: Campbell. Questi figurava nel gruppo degli intimi alla Casa dei Mulini. Con questo straniero distinto Napoleone amava parlare di storia, di donne e di cavalli. In sua compagnia galoppava per ore nelle campagne circostanti.
Un giorno, l'Imperatore invitò le mogli degli ufficiali della sua Guardia per una merenda. Dopo i pasticcini e lo champagne, i valletti portarono della frutta. Le signore presero arance e mele e ci fu un momento di imbarazzo.
- Cosa aspettate a pelarle? chiede Napoleone
- Sire, azzardò una di esse arrossendo, mancano i coltelli!
La Casa dell'Imperatore li aveva dimenticati in Francia.
Contrariato il Sovrano passò nella sua camera e ritornò con il suo servizio personale, molto ben fornito poiché distribuì lui stesso, come perfetto cameriere, un coltellino in vermeil a ciascuna delle spose degli ufficiali superiori e in argento alle signore degli ufficiali subalterni. Poi con quel tono di voce che sapeva usare quando voleva conquistarsi i cuori:
- Li porterete con voi, disse, in riparazione del servizio negligente e in ricordo di questo incontro.
In quel momento niente distingueva l'Imperatore da un buon borghese ritiratosi dagli affari.
Il vecchio conquistatore dimenticava la sua decadenza e dichiarava con un sorriso: - Ah come si sta bene qui! Che riposo in quest'isola!
Questo riposo lo viveva con frenesia secondo la sua abitudine.
Uccideva di fatica il suo capogiardiniere, il signor Holard, zappando la terra con lui per giornate intere.
Uccideva di fatica i suoi soldati, portandoli alle esercitazioni o ispezionando le loro caserme, alle volte per sei ore di fila, mangiando la loro zuppa e bevendo il loro vino, dando loro del tu e non dispiacendosi che a loro volta si rivolgessero a lui con il tu.
Uccideva di fatica la corte delle sue segretarie, dei suoi ciambellani, dei funzionari tanto riformava l'amministrazione elbana ed abbelliva l'Isola.
E li uccideva di fatica con così tanta bonomia che tutti obbedivano, protestando certo, ma con ironia:
- È l'Isola del riposo!
Così Peyrusse, pur passando le notti a mettere in fila numeri, scriverà nelle sue Memorie: "Le giornate dell'Imperatore scorrono nelle più dolci occupazioni. Nessuno di noi poteva prevedere che sarebbe venuto un momento in cui sarebbe partito dall'Isola. Tutti erano contenti. I nostri rapporti con la Francia, con le nostre famiglie non si erano mai interrotti. L'autorità del sovrano si faceva appena sentire. Le tasse sulle proprietà fondiarie, che raggiungevano i 24.000 franchi, entravano lentamente. Napoleone mi aveva comunicato la sua intenzione di non usare la coercizione verso nessun contribuente. Tutte le altre entrate pubbliche erano aggiornate. Il nostro piccolo territorio era paternamente amministrato. Noi vivevamo in un clima dolce e temperato, felici e soddisfatti di legare la nostra esistenza a quella di Napoleone."
Ciò che non impediva ai soldati della vecchia guardia di ironizzare: L'Isola d'Elba? Un rifugio famoso per una vecchia volpe!
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