Fahrpläne und On-line Buchungen der Fähren nach Insel Elba. Toremar, Moby Lines und Blu Navy Fähren.
Die besten Online Preise für Fähren nach Elba
Infos über Insel Elba
Napoleon auf Elba Imperatore dell'Isola d'Elba
Capitolo VII - Un regno da operetta
Come sappiamo, benché il trattato di Fontainebleau autorizzasse l'Imperatore a portare con se quattrocento uomini,
se ne erano iscritti seicento per l'Isola d'Elba. Ora, al momento di mettersi in strada, il generale Cambronne ne
contò più di mille. Cedendo alle loro preghiere o alle loro minacce non rifiutò i più audaci - diciamo i più fanatici.
Ciò facendo Cambronne non pensava affatto alle cifre che Napoleone avrebbe dovuto sborsare per mantenere questa
armata, che sicuramente eccedeva i suoi mezzi.
Essa comprendeva cacciatori e granatieri della Guardia, lancieri a cavallo polacchi, artiglieri che trascinavano
quattro cannoni, marinai e gendarmi. Nel convoglio c'erano anche i cavalli di Napoleone e le sue carrozze. I loro
capi erano il comandante Mallet, promosso colonnello, il maggiore Skupiesky, il capitano Schultz ed il capitano,
aiutante maggiore Laborde.
- Avanti... Marsh!
Bandiera tricolore in testa, quest'ombra della Grande Armata attraversa una Francia occupata dal nemico. Il prestigio di questi veterani, dai visi sfigurati dalle cicatrici, destava dovunque stupore e meraviglia. Quasi dappertutto li si lascia passare senza fiatare. La gloria della Rivoluzione e dell'Impero stende le sue ali protettrici sulla loro debolezza. Gli Austriaci cedono loro le stanze che occupavano. A Saulieu, tuttavia un maggiore rifiuta di abbandonare il suo accampamento. Cambronne gli urla:
- Allinea i tuoi uomini da un lato, io radunerò i miei dall'altro; e vediamo chi si tiene gli alloggiamenti.
E il viennese cede.
Alle porte di Lione, il capitano Laborde arriva in avanscoperta con sei cavalieri. Il capoposto, un francese, esige che i soldati si tolgano le loro coccarde tricolori. "Altrimenti", dice "mi rifiuto di effettuare requisizioni!". E sguaina la spada. Laborde lo imita e con la lama alzata si avventa sull'avversario che fugge.
Quando la piccola armata arriva a Lione, occupata da ventimila Austriaci, viene sconsigliata di attraversare la città. Centomila abitanti andranno ad applaudirli nei sobborghi. Nonostante ciò, Cambronne ordina al colonnello Mallet di percorrere il centro della città vecchia con una compagnia. Preceduti da otto tamburi, quattro clarinetti ed un coro, questi spettri della vittoria appaiono nel mezzo di piazza Bellecour fra lo stupore dei passanti. Seduti sulla terrazza di un caffè, alcuni ufficiali prussiani li sfottono e gridano:- Abbasso la coccarda tricolore!
Subito il colonnello Mallet ordina con voce tonante:
- Compagnia... Alt!
Poi avanza verso i tavoli, sguaina la spada ed urla:- Che si facciano avanti quelli che hanno insultato la Guardia! Chiedo soddisfazione!
Allora i Prussiani si alzano... e si rifugiano all'interno del caffè.
- Va bene, fa il colonnello, avanti marsh!
Nelle provincie del Midi, là dove Napoleone fu coperto di insulti, gli Elbani si impongono per i loro aplomb. Nel mezzo dei comuni su cui sventolano le bandiere bianche loro passano con i tre colori in un silenzio di tomba. La folla dei contadini si apre e molti si tolgono il cappello. Più d'uno cede la propria abitazione ai sopravvissuti dell'Epopea.
La piccola armata raggiunge l'Italia attraverso la Savoia. Abbandonando i loro quattro cannoni, troppo pesanti sulle montagne, conservano gelosamente le ventisette carrozze ed i cavalli dell'Imperatore: tutto quello che appartiene al loro idolo è sacro.
Dove li conduce Cambronne? Lo ignorano. Queste anime semplici non conoscono la geografia. Il nome dell'Isola d'Elba non dice nulla al loro rozzo cervello. A chi lo chiede, dicono: "Sappiamo che vi troveremo l'Imperatore, e questo ci basta."
A Savona li aspettano quattro navi britanniche. Accampati in città, i soldati di due reggimenti, uno siciliano ed uno inglese, cercano la lite. Per loro potrebbe essere il momento di vendicare le antiche sconfitte. Cambronne aggiusta le cose con diplomazia e fa le cose talmente bene che il governatore offre un banchetto agli ufficiali francesi, britannici ed italiani.
Per l'imbarco, i comandanti delle navi si aspettavano quattrocento uomini, cifra indicata sugli ordini arrivati loro dai capi alleati. Ve ne sono milleduecento, molti di più che alla partenza da Fontainebleau. Non cerca di capire (o capisce troppo bene), Cambronne prevede delle difficoltà e quindi dei ritardi. Così invia il capitano Laborde all'Isola d'Elba con la missione di avvertire l'Imperatore e di armarlo di pazienza.
* Di pazienza, Napoleone ne ha poca. L'attività del suo spirito e la sua agitazione costruttiva gli occupano i giorni e le notti. Fra l'arrivo a Portoferraio e l'annuncio del prossimo sbarco delle sue truppe passano tre settimane durante le quali Napoleone costruisce, pietra su pietra, la sua corte, il suo governo, la sua amministrazione.
Per imporsi alla popolazione mette in mostra il fasto imperiale nel suo piccolo principato. Nelle sue diverse case, tre prefetti di palazzo dirigeranno sessantacinque domestici. Questi alti funzionari si chiamano Charvet, Baillon, Deschamps (per quest'ultimo, un vecchio gendarme, ecco una carriera poco comune!)
Fra i sessantacinque domestici, alcuni lasceranno una traccia nella storia:
Marchand, soprattutto. Figlio della balia del Re di Roma, entra nell'orbita imperiale nel 1811. Quando è all'Isola d'Elba ha solo ventitré anni, è anche pittore di talento, sarà primo valletto di camera. Ammiratore di Napoleone, non abbandonerà mai il suo padrone e lo seguirà fino a Sant'Elena dove lo seppellirà nel mantello di Marengo.
Saint-Denis. Lo conosciamo già con lo pseudonimo di Mameluk Alì. Dal 1806 appartiene alla Casa dell'Imperatore. Anche lui figurerà fra i fedeli dell'ultimo esilio.
Santini, un corso focoso, ufficialmente usciere, all'occasione parrucchiere, tagliava i capelli a Napoleone. Più tardi a Sant'Elena, spingerà il fanatismo fino a complottare la morte di Hudson Lowe, il carceriere dell'Imperatore. Questi fermerà il suo gesto con queste parole: "Quando tu avrai fatto saltare il cervello a questo sbirro siciliano riuscirai a lavarmi delle orribili imputazioni che marchieranno la mia memoria?" Santini finirà la sua vita agli Invalidi, sotto il secondo Impero, come guardiano della Tomba.
Noverraz, uno svizzero che tolse Napoleone dalle grinfie dei suoi nemici ad Avignone.
Gentilini, un elbano, cameriere personale.
Cipriani, un corso dal sangue caldo.
Pierron, un pasticciere parigino.
Archambault, un picchiere.
Tutti questi uomini sono al servizio dell'Imperatore all'Isola d'Elba e lo seguiranno a Sant'Elena.
Con Hubert, vecchio guardiano di Rambouillet e Vincent, il capo sellaio che presiedeva alla manutenzione degli equipaggiamenti, ecco i dieci domestici della Leggenda che figurano in secondo piano. Gli altri sono meno noti.
La fedeltà di questi umili che non emergevano come i dignitari, ricoperti d'oro, prova come Napoleone non fosse questo bruto, questo egoista come molti dei suoi contemporanei l'hanno dipinto per partito preso. Un padrone che suscitava tale devozione doveva senza dubbio sapersela meritare!
La presenza di Bertrand, anche se ben pagata con oltre 20.000 franchi annuali, non inficia questa opinione. In Francia avrebbe potuto, come molti dei suoi camerati, passare ai Borboni e ricevere una prebenda almeno uguale. Preferì l'esilio.
Il caso Drouot è straordinario. Il suo stipendio elbano ammontava a 12.000 franchi all'anno. Napoleone notò un giorno, verificando i suoi conti, che il generale non aveva ricevuto nulla da diversi mesi.
- Avete dunque una fortuna? gli domandò.
- Si Sire.
- E a quanto ammonta la vostra rendita?
- A 2.400 franchi, Sire.
- Io ve ne do 200.000!
- Che Vostra Maestà non ne faccia di nulla. Ci mancherebbe altro che si dicesse che Ella non trova amici che a peso d'oro!
Quando questi uomini sbarcarono a Portoferraio, la guarnigione si componeva dei resti del 35° di linea e di un battaglione Coloniale Italiano, ridotti in totale a 350 soldati, dopo che Dalesme aveva rispedito gli ammutinati sul continente. Napoleone annunciò loro che li avrebbe mantenuti tutti al suo servizio. Irreggimentandoli con i volontari accorsi dal suo paese natale e quelli arruolati tra gli Elbani, costituì il Battaglione corso ed il Battaglione dell'Isola, forte ciascuno di 400 fucili. A questi 800 uomini doveva aggiungersi il distaccamento comandato da Cambronne e che non era ancora arrivato quando l'Imperatore stabilì il suo governo.
Questo governo comprendeva cinque ministri: Bertrand, Drouot, Balbiani, Lapi e Peyrusse.
Bertrand, generale e conte dell'Impero, ha quarantun'anni. Dal 1797 segue il "Piccolo Caporale" in tutte le sue campagne. Abile costruttore, ufficiale del genio per professione e ambasciatore all'occasione, partecipa ad alcune missioni diplomatiche. Costruisce dei ponti sul Danubio nel 1809 e rimpiazza Marmont al governo dell'Illiria nel 1811. Gran maresciallo del palazzo dal 1813, Bertrand è lo sposo della signorina Dillon, che lo raggiungerà più tardi all'Isola d'Elba. Appena sbarcato, il conte riceve il portafoglio dell'Interno.
Drouot, il "saggio della Grande Armata", l'"uomo di Plutarco", "La coscienza vivente di Napoleone" ha quarant'anni. Figlio di un panettiere di Nancy, questo generale e conte dell'Impero tiene all'austerità come ad un sacerdozio. È il solo che osa dire "no" all'Imperatore, quando giudica un progetto contrario all'interesse o alla morale. Scapolo incallito e ostinato, Drouot non vuole che una sposa possa togliergli una parte del suo attaccamento al grande capo. Assumendo le funzioni di governatore dell'Isola d'Elba dirige anche il Ministero della Difesa.
Balbiani, il vecchio sotto-prefetto diviene Ministro della Giustizia, senza averne il portafoglio. Nominato intendente dell'Isola d'Elba, divide la direzione dei tribunali con Bertrand.
Lapi, medico e comandante della Guardia nazionale, riceve l'incarico dei beni demaniali e delle foreste con il grado di generale.
Peyrusse, vecchio contabile del Tesoro personale, passa al rango di ministro delle Finanze. Renderà grandi servizi a Napoleone, ciò che non impedirà al moribondo di Sant'Elena di scrivere in un codicillo del suo testamento: "Avevo presso il banchiere Torlonia di Roma, 2 o 300.000 franchi in lettere di credito, risultato delle mie rendite dell'Isola d'Elba; il signor Peyrusse, pur non essendo più il mio tesoriere, ha prelevato personalmente questa somma: occorrerà farsela restituire". Incaricato di farsela restituire, Bertrand effettuò un'inchiesta dopo la morte dell'Imperatore; e scriverà nel 1822 a Peyrusse: "L'Imperatore... si sbagliava. Certamente sarebbe stato meglio che non avesse parlato di questo. Ma del resto, trattandosi di una supposizione senza fondamento, non dovete rammaricarvene."
Aggiungiamo che Napoleone non imparò mai a pronunciare correttamente il nome del suo ministro. Un ricordo della sua infanzia in Corsica lo faceva pronunciare Peyrousse.
*
Quali intermediari fra la sua persona e le autorità, l'Imperatore costituì un Gabinetto civile ed un Casato Militare.
Il Gabinetto civile comprendeva due segretari - Rathery, Savournin - e quattro ciambellani con uniformi color rosso
porpora:
Lapi, già ministro dei beni demaniali, indosserà questo abito rosso perché porta bene, piace alle dame e non vi è nessuno che lo uguagli per organizzare delle feste.
Traditi, sindaco di Portoferraio, accumulerà le due funzioni senza nascondere la soddisfazione.
Gualandi, sindaco di Rio, lascerà le miniere per venire a pavoneggiarsi ai Mulini. Cieco da un occhio di aspetto non bello, sarà il ciambellano delle udienze a carattere serio.
Vantini Vincenzo (indichiamo anche il nome per evitare l'omonimia), merita una menzione particolare. Pons de l'Hérault scriverà di lui : "il signor Vantini aveva intelligenza da vendere. Ma non si trattava di intelligenza pratica e non era circondato dalla pubblica stima. Veniva temuta sopratutto la sua lingua tagliente. Era nato molto bene. Tuttavia si trovava allora in un stato di visibile difficoltà: aveva dilapidato il suo patrimonio con una follia senza scusanti. Apparteneva alla nobiltà dell'Isola d'Elba che si era maggiormente pronunciata in favore della Rivoluzione Francese. L'Imperatore non poteva fare a meno di nominarlo." Procuratore imperiale presso il Tribunale civile, Vincenzo Vantini era sposato con la signorina Finetti, figlia di un luogotenente di cui parleremo fra poco, ed era senza dubbio anche il padre del futuro generale Yusuf, le cui disavventure saranno oggetto di una successiva analisi. Nel 1806, Vantini aveva sollevato la popolazione elbana contro il regime dittatoriale. Ragione di più, pensa Napoleone, per ammansirlo offrendogli l'abito porpora.
Sette ufficiali d'ordinanza componevano il Casato Militare agli ordini di Bertrand. Vestiti in uniforme colore blu cielo con filetti d'argento, questi ausiliari si chiamavano Bernotti, Perez, Paoli, Filidoro, Seno, Pons (per niente imparentato, quest'ultimo, con il direttore delle miniere), ed infine Zenon e Vantini, il figlio maggiore di Vincenzo. Questo giovane proveniva da Piombino. Già paggio di Elisa, conosceva il letto di Napoleone per avervi visto la granduchessa quando si alzava. E divertiva il suo nuovo padrone raccontandogli le amenità amorose di sua sorella.
Il vicario generale Arrighi, "cugino dell'Imperatore", componeva da solo l'ufficio del cappellano del palazzo.
Il corpo medico comprendeva i dottori Emery, Foureau de Beauregard ed il farmacista Gatti. Per dipingere la figura di Foureau de Beauregard, che la piccola corte chiamava "Purgon", si ricorda questo piccolo aneddoto:
Una mattina Napoleone si abbandona nella vasca da bagno. Il medico appare portando una scodella di brodo vegetale.
- Eccellente per le visceri di Vostra Maestà, dice.
Senza dubbio l'Imperatore ha qualche imbarazzo in questa zona della sua persona. Prende la tazza fumante e lancia un grido scottandosi le dita. Nell'attesa che il liquido si raffreddi prima di berlo ne aspira i vapori.
-No! esclama Foureau de Beauregard. Aspirando i vapori, Vostra Maestà ingerisce delle colonne d'aria, e queste possono causargli delle coliche! Io mi oppongo nel nome di Aristotele e di Ippocrate.
- Dottore, replica Napoleone, checché ne dicano Aristotele e la sua dotta combriccola, alla mia età saprò bene come bisogna bere; potete risparmiarvi la lezione.
Pretenzioso e ridondante, Foureau de Beauregard, attaccava sovente lite con il farmacista Gatti, conosciuto per la dolcezza del suo carattere. Tutti amavano molto quest'ultimo e apprezzavano ugualmente sua moglie, l'intoccabile e virtuosa Signora Gatti. Del loro matrimonio, celebrato durante il soggiorno di Napoleone, Pons de l'Hérault doveva scrivere:
"Il signor Gatti aveva un buon impiego: portava un abito ricamato. Aveva l'onore insigne di essere uno dei compagnoni del Grand'Uomo ed era un bravo ragazzo. Tutto questo, insieme, non ne faceva tuttavia un uomo distinto; ma nell'insieme ne faceva un buon partito."
Un buon partito che abbraccia la graziosa Bianchina Ninci, così l'aveva sopranominata a torto il vecchio deputato de l'Hérault. Senza dubbio veniva chiamata, nell'intimità, Bianchina a causa del biancore della sua pelle. In quell'epoca, la moda non imponeva l'abbronzatura alle donne. In realtà, la signorina Ninci, si chiamava Maria Maddalena. Si può scoprirlo leggendo il "Registro dei Matrimoni di Portoferraio, Anno 1814" alla data del 23 ottobre. Vi si legge ugualmente la firma dei testimoni: Bertrand, Drouot, Vincenzo Vantini e Poggi.
Napoleone assistette alla cerimonia con tutta la crema dell'Isola. Fra questi figurava la zia della sposa, la signora Joseph Hutré, vedova in prime nozze del signor Ninci, zio di Bianchina. Essa venne al matrimonio con suo marito e il loro figlio, il piccolo Luigi, nato nel 1806 e quindi dell'età di otto anni. Vedendo il bambino l'Imperatore gli fece un buffetto sulla guancia e disse a suo padre:
- Signor Vice Sindaco, il vostro bambino mi piace. Voi me lo presterete e sarà il mio paggio.
Così Napoleone ricostruiva, malgrado la piccolezza del suo regno e la esiguità delle sue risorse, una corte che rivaleggiava, fatte le debite proporzioni, con quella delle Tuileries.
*
Luigi Hutré fu soltanto saltuariamente paggio dell'Imperatore, poiché non ne indossò mai la divisa. Andava spesso
ai Mulini, ma non effettuava alcun servizio regolare. La Provvidenza, doveva permettere a questo bambino, diventato
adulto, di vivere a lungo e di diventare molto vecchio, fino alla fine del XIX° secolo. A sua nipote (che l'autore
ha interrogato quando lei stessa aveva ormai un'età rispettabile) Louis Hutré doveva spesso narrare i suoi ricordi
di gioventù e raccontargli i suoi rapporti con Napoleone.
- Mi pizzicava le guance, diceva alla sua discendente, mi faceva delle smorfie e mi dava dei dolciumi.
È certamente un fatto straordinario che un secolo e mezzo dopo il regno dell'Elba, una signora molto vecchia potesse dire al suo ospite:
- Mio nonno mi descriveva Napoleone così come l'aveva visto, con un colorito giallastro, una grossa pancia, ma sempre attivo e buontempone. Mi parlava di Paolina, di Bertrand, di Drouot, di Cambronne... Ah! Cambronne e il suo arrivo con la Guardia, i berretti di pelo, i tamburi, i pifferai... Ma io lo vivevo questo arrivo sensazionale! Al suono della voce di mio nonno (aveva otto anni a quell'epoca e se ne ricordava ottant'anni più tardi come se fosse stato il giorno prima) si, anch'io sentivo quei pifferi, quei tamburi della Guardia Imperiale!... E questa storia mi è stata ripetuta tanto sovente che la conosco a memoria.
E a questi ricordi della sua infanzia la rispettabile signora si esaltava, sostituendosi al suo avo per rievocare, come se fosse stato lui stesso, il pittoresco racconto dello sbarco delle truppe all'Isola d'Elba.
- Era il 26 maggio. Data la mia giovane età seppi di questa data alquanto più tardi. Alcuni hanno detto il 28. Non me ne ricordo. L'Imperatore abitava ai Mulini da cinque o sei giorni. I lavori erano ben lungi da essere terminati. E da ventiquattro o quarantotto ore era arrivato il capitano Cambronne, distaccato in avanscoperta. Tutto questo lo sapevo da mio padre, vice di Traditi, sindaco e ciambellano. Raccontava alla sera, alla famiglia riunita intorno alla tavola, i pettegolezzi della palazzina. Questo capitano Laborde aveva dipinto all'Imperatore il viaggio della Guardia: e pensa, mia nipotina, come in un cervello di otto anni, i dettagli di questa marcia eroica si imprimessero con forza. A questa età non si sogna che soldati e tamburi: ascoltavo con passione.
Dunque il 26 o il 28, il signor Traditi annuncia: "Arrivano".
Il tuo bisnonno, -Joseph Hutré- corse ai Mulini per complimentarsi con l'Imperatore. Lo trovò in giardino in mezzo ai muratori. Appoggiati alla balaustra a piombo sul mare, tutti guardavano arrivare i quattro vascelli. Napoleone aveva l'occhio incollato al suo piccolo cannocchiale. Mio padre gli vide scendere sulle tempie delle gocce di sudore. Bertrand Drouot, Marchand, Peyrusse, Balbiani, per quanto ne so, tutta la corte era lì con gli occhi all'orizzonte. Spinte da un dolce vento le vele britanniche avanzavano lentamente.
Un'ora più tardi, mio padre mi conduceva al porto. Comandata da Dalesme, la guarnigione locale faceva siepe dall'imbarcadero fino alla Piazza d'Armi. Tutto Portoferraio si accalcava dietro ai soldati. In mezzo al piccolo molo, dove avrebbero dovuto accostare le imbarcazioni, Napoleone ed i suoi tre generali si spazientivano.
Si videro le vele girare intorno alla Torre di Passanante. Un solo vascello si avvicinò alla banchina mentre gli altri si svuotavano dei loro passeggeri con un via vai di scialuppe. Cambronne sbarcò per primo. Intravidi l'Imperatore abbracciarlo. Da mio padre seppi le parole che gli rivolse: "Avete tardato molto, Cambronne. Ho passato dei brutti momenti nell'attesa. Ma ora eccovi qua e tutto è dimenticato!"
Dal mio posto vidi scendere granatieri, cacciatori, cavalieri, gendarmi. I granatieri mi stupirono. I loro berretti sembrano bianchi e spelati. Ne compresi le ragioni, vedendoli scoprirsi e togliersi i copricapi di tela che proteggevano la capigliature e quindi rimetterseli sulla testa. Erano proprio grossi questi soldati della Vecchia Guardia che avevano fatto tremare l'Europa! Non solamente per i loro berretti di pelo ma perché, mi spiegò mio padre, nessuno poteva entrare nella Guardia se non era alto almeno 1 metro e 80.
Man mano che si riunivano, i drappelli lasciavano la darsena, passavano con passo cadenzato sotto la Porta a Mare, attraversavano la Piazza della Gran Guardia, la strada San Giovanni e arrivavano alla Piazza d'Armi fra le due fila della guarnigione locale. Ferma davanti alla Porta a Mare, la banda della Guardia ritmava la marcia. Le casse, i pifferi, i cori e le uniformi, sopratutto il tamburo maggiore che faceva roteare le bacchette, tutto questo mi esaltava. Ultima entrò in città la fanfara. Noi la seguimmo, mia madre ed io, in mezzo alla folla che gridava "Viva la Guardia!"
In Piazza d'Armi, l'Imperatore monta in sella e arringa i suoi veterani.
- Ufficiali e soldati, vi aspettavo con impazienza e mi felicito del vostro arrivo! Vi ringrazio di esservi associati al mio destino. Io trovo in voi la nobile rappresentanza della Grande Armata. Insieme noi faremo i voti per la nostra cara Francia, la madre-patria; e saremo felici della sua fortuna. Vivete in buona armonia con gli Elbani: anche loro hanno un cuore francese!
Credo che la truppa avesse risposto : "Viva l'Imperatore"; e così hanno fatto gli abitanti che si accalcavano intorno. In famiglia mi avevano lasciato con questa impressione. Così fui assai sorpreso di vedere soldati che ridevano o che piangevano. Ma ricordandomi questa scena, dovevo più tardi capire. Questi uomini avevano lasciato tutto, donna, figli, paese per raggiungere l'oggetto del loro culto. Rivederlo, ascoltarlo era per essi una gioia immensa, un'emozione che si traduceva, secondo il carattere, con lacrime di contentezza o riso nervoso. Ne ho visto parecchi chiedere a Napoleone il permesso di abbracciarlo, ciò che lui accordò subito.
*
Gli ufficiali d'ordinanza del generale Dalesme condussero i nuovi arrivati nelle loro camerate. I cacciatori
nel quartiere San Francesco (l'attuale caserma De Laugier), i granatieri al Forte della Stella, i Polacchi al
Forte del Falcone.
Il primo, a metà cammino fra il Comune e la Casa dei Mulini, simile ad un antico monastero, mostrava la sua facciata piena di crepe. Davanti ad essa una grande piazza lastricata e dietro un chiostro e delle celle che fecero esclamare alle truppe: "Capperi, che vita da monaci ci aspetta! Ce la passeremo proprio bene!"
Intanto i granatieri salivano allo Forte della Stella, faticando sui 158 scalini della scala Cosimo dei Medici. Arrivati a destinazione si dividevano le bicocche ricavate nei muraglioni del forte fiorentino. Cambronne, che li accompagnava, prese alloggio in uno ai piani più alti. Dalle sue finestre abbracciava con uno sguardo tutta la regione di Portoferraio, la rada e la Casa dei Mulini. La costruzione vicina serviva già da Gabinetto del governatore Drouot. Dai vetri lo sguardo cadeva sul giardino dell'imperatore, situato diciassette metri più in basso.
Tra i generali della cerchia imperiale, Cambronne doveva restare il più famoso tra il grande pubblico a causa dell'esclamazione che gli viene attribuita. In quel momento, all'Isola d'Elba era ancora uno sconosciuto. Il suo stato di servizio faceva tuttavia di lui un eroe. A Quiberon aveva vinto i monarchici al comando del generale Hoche. A Zurigo aveva sgozzato dei cannonieri russi che fermavano l'avanzata a Massena. Ad Austerlitz aveva corso il rischio di morire quando il cavallo era stato ucciso sotto di lui. A Iena aveva gridato ai suoi uomini i che indietreggiavano: "Avanti bricconi, o mi farò uccidere da solo!" Nel 1810 l'Imperatore lo nomina barone, nel 1813 generale di brigata. Nel 1814, durante la campagna di Francia, è ferito tre volte. Viene a sapere all'ospedale che un distaccamento accompagnerà l'Imperatore all'Isola d'Elba, allora scrive a Drouot dal suo letto di sofferenze: "Sono sempre stato scelto quando occorreva marciare contro il nemico; considererei come la più grande ingiuria impedirmi di seguire il mio sovrano". Ottenne soddisfazione e guarì immediatamente (a dimostrazione dell'influenza del morale sul fisico!). Ricevette il comando della guardia e arriva con essa a Portoferraio. Ma purtroppo si annoierà! Nessun combattimento, nessun pericolo, una vita così non poteva adattarsi ad un combattente della sua tempra.
Quando Napoleone vorrà rientrare in Francia, Drouot si lamenterà, Cambronne si feliciterà.
*
Mentre i Cacciatori si installavano nel quartiere San Francesco e i granatieri al Forte della Stella, i
cavalleggeri-lancieri polacchi seguivano una guida verso il forte del Falcone. Questa fortezza, la più alta della
cittadella, dominava la città con i suoi 79 metri di altezza.
Sbarcati con le loro cavalcature, i lancieri non potevano salire a cavallo i 200 gradini della Via del Falcone. Così vennero condotti al loro nido di aquile per le strade laterali che percorrevano l'anfiteatro. Dieci gendarmi scelti della Guardia Imperiale li accompagnavano.
Arrivati a destinazione modernizzarono le vecchie scuderie di Cosimo 1°. I centotrenta cavalli vi presero posto ed i centotrenta uomini si sistemarono nei dormitori.
Questa piccola cavalleria doveva rallegrare gli Elbani. Il loro piccolo territorio diventava qualcosa di meglio d'un regno da operetta. Centoventi Polacchi sfilavano sulle strade portando da Comune a Comune lo splendore delle loro uniformi scarlatte, i riflessi delle loro lance dorate, la nobiltà ieratica dei loro caschi e l'eco pimpante delle loro trombe. Un leggero fastidio però c'era: la sveglia, suonata dall'alto del Falcone, risvegliava Portoferraio alle cinque del mattino, anche in dicembre quando era ancora notte. Bah! quando un piccolo popolo sconosciuto entra nella Storia deve ben pagare questo onore con qualche inconveniente!...
Dalla loro piattaforma i cavalleggeri avevano la vista più bella dell'Isola. A levante, il loro sguardo arrivava fino alla lontana fortezza etrusca del Volterraio, vista che inglobava la capitale ed il suo golfo. Facendo mezzo giro vedevano tutto il territorio elbano ed il mar Tirreno e, all'orizzonte, l'indistinta massa grigia della Corsica allungata sulle acque. C'erano tutti i colori dell'arcobaleno: il mare smeraldo, il cielo blu, le rocce nere e porpora, i boschi verdi, le montagne viola, le case gialle e bianche, i tetti rossi, l'immensità, il silenzio: nulla mancava a questa sensazione di eternità che invade sempre i visitatori del Falcone.
A questo spettacolo, gli scontrosi cavalieri del nord, rimpiangevano meno la loro Polonia natale. L'avevano lasciata per seguire Napoleone, loro idolo, così come era l'idolo dei Cacciatori e dei Granatieri. Tutti avevano lasciato la patria. La evocavano cantando la sera, dopo la cena: Il pleut, il pleut bergère o Auprès de ma blonde, mentre i lancieri ballavano la Krakoviak intorno ad un falò, alcuni suonavano il flauto o grattavano le corde di una chitarra.
* Nel frattempo i palafrenieri di Napoleone sistemavano i suoi animali e le carrozze personali. Per alloggiare i dieci cavalli, i ventisette veicoli e i quarantotto cavalli da tiro, Joseph Hutré aveva offerto i due magazzini del sale. Da otto giorni erano in corso i lavori. Aperti sulla Pazza della Gran Guardia, questi depositi erano ricavati nello spessore del Grane Bastione. Nell'uno vennero riparati gli animali, nell'altro le carrozze.
Il picchiere Archanbault prese la direzione di questo possedimento. Egli godeva della fiducia imperiale e presiedeva alle necessità dei massaggiatori, dei cocchieristyle="mso-spacerun: yes"> e dei fantini. I cavalli da sella avevano tutti una storia.
Ecco Montevideo che portò Napoleone in Spagna. Ecco Wagram, arabo grigio mela, ex-Mon Cousin, ribattezzato perché l'Imperatore lo montava durante la celebre battaglia ed anche perché i marescialli, chiamati "Mon Cousin" nelle lettere indirizzate loro dal grande capo, protestarono contro questa involontaria assimilazione. Accanto a Wagram, Le Roitelet scalpita di rabbia. Un obice gli bruciò il pelo del garretto nei combattimenti d'Arcis-sur Aube. Quando il suo padrone passa davanti a lui non manca di accarezzarlo in quei punti sensibili. E sovente di mormorare: "Ti ricordi? a Schœnbrunn, quando ti imbizzarristi nel 1809, quasi mi facevi uccidere."
Più lontano Tauris ricorda a Napoleone il passaggio della Beresina. Questo persiano gli fu offerto, durante il congresso di Erfurth, dallo Zar Alessandro. La sua foga salvò l'Imperatore da un agguato tesogli dai cosacchi nelle nevi dell'Ucraina.
Vicino a questo cavallo il magnifico Intendant resta calmo. È la cavalcatura delle parate, anche se zoppica leggermente. I granatieri lo chiavano "Coco". Figlio di Nickel (genio protettore delle miniere nella mitologia popolare tedesca) non può, come il suo illustre genitore, vantarsi di aver creato un neologismo. Nel 1806 in effetti, Napoleone, faceva la sua entrata a Berlino su Nickel. Venutagli incontro, la municipalità prussiana gli consegnava le chiavi della città, posate su un cuscino. "Ho fame", borbottò l'Imperatore durante questa cerimonia che lo annoiava. Un consigliere gli offrì un pezzo di pane di segale ma nero e identico a quel panpepato che i tedeschi mangiano ancora oggi e che chiamano Pumpernickel. Da dove viene questo nome? Dalla riflessione fatta da Napoleone dopo averlo assaggiato.
Giudicandolo cattivo e indegno della sua bocca imperiale esclamò indicando il suo cavallo: "Va bene per Nickel!" Dall'espressione "Bon pour Nickel" i tedeschi ricavarono Pumpernickel. Da allora mangiano Pumpernickel senza sapere da dove viene questo nome...
Ora ecco quattro arabi: Emir, Gonzalve, Héliopolis, Eufrate. Gli ultimi due Napoleone li offrirà ai generali Bertrand e Drouot.
Infine Córdova, un andaluso portato dalla Spagna per Maria Luisa. Lei
-l'infedele!- non lo monterà più e Córdova non sarà più cavalcato da nessuno.
Un po' discosti, ci sono quarantotto cavalli da tiro. Grigio mela, isabella, dongolose, carneros, bolognesi, percheron, ve ne sono di tutte le provenienze.
Nello stabile vicino (il secondo magazzino di Joseph Hutré), sono allineate le ventisette carrozze. Il capo sellaio Vincenzo cura la manutenzione. Prima la "dormeuse" che trasportò il Vinto da Fontainebleau a San Rafael. Alcune molle trasformano i sedili in letto e lasciano vedere un angolo di cucina e così pure uno di quei vasi che normalmente non vengono esposti in una stanza. Una macchia rossastra è ancora visibile su una delle porte. È sangue di bue, il sangue che gli abitanti d'Orgon, gridando i loro gridi di morte, lanciavano a Napoleone che attraversava la Provenza.
A lato, sei berline da viaggio offrono meno comodità. L'Imperatore le utilizza per le sue corse di giorno. Così pure due grandi calessi, gialli e rossi, tirati da quattro cavalli per le visite protocollari. Vetture per la caccia, carri per la posta e un landò "bagagliaio delle vivande" finisce l'inventario approvvigionato di agrumi, uva, fiaschi di aleatico e botticelle di acqua pura.
Nell'officina riparazioni gli operai curano le selle di cuoio rossiccio, le guarniture di velluto cremisi, i finimenti con l'aquila e le tre api. Cocchieri in frac verde con i bottoni d'oro, postiglioni in giubbotto porpora e berretto nero, palafrenieri con i grembiuli di pelle vanno e vengono attraverso le porte.
Fra poco, il calesse imperiale partirà dietro otto picchieri a cavallo che suonano il corno, con i generali Bertrand, Drouot, Dalesme e Cambronne che circondano la vettura al galoppo, spettacolo che dà agli Elbani, colpiti da un tale fasto, l'impressione che il Padrone d'Europa, sempre potente ed invincibile, faccia una visita trionfale al più piccolo dei suoi principati.
Fähren nach Insel Elba: sparen mit unserem Online-Buchungssystem !
(Hotels, Campingplätze, Residenzen, Bed & Breakfast, Ferienwohnungen auf der Insel Elba)
Suchen Sie die Unterkunft auf der Insel Elba die Ihren Wünschen entspricht, füllen Sie die Felder hierunter aus:
Schreiben Sie sich bei unserer Newsletter ein. Sie bekommen dann periodisch die Informationen über die Insel Elba die Sie interessieren zugeschickt.
