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Informazioni sull' Isola d'Elba

Napoleone all'Isola d'Elba - l'Imperatore dell'Isola

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Capitolo VI - La casa dei mulini

Nei suoi ricordi, Pons de l'Hérault doveva scrivere:
"Napoleone arrivò all'Isola d'Elba disgustato della grandeur e desiderando soltanto la tranquillità. Senza dubbio, in un uomo come l'Imperatore, questo disgusto e questo desiderio potevano non essere duraturi, ma in quel momento erano reali. Le sue costruzioni, i suoi acquisti, le sue regolamentazioni non potevano che essere ispirati da un senso del futuro... Napoleone non era l'uomo da consumare i suoi beni per circondarsi di un lusso di circostanza."

Eppure questo "lusso di circostanza" è ben visibile nella Casa dei Mulini. L'aspetto attuale di questa casa da un'idea di com'era nel 1814, dopo i lavori per ingrandirla. Molto spesso l'emozione prende il turista alla vista di questa casa borghese e guerriera. Borghese per il suo muro rosa, le sue persiane color giada, le piante che tessono alla base un tappeto verde che circondano una N di girasoli. Guerriera per la sua posizione di quartier generale e di centro delle fortezze che separano Portoferraio dal mare.

Fissata al muro, fra il piano terra e il primo ed unico piano, una targa di marmo invita alla riflessione. Fra sedici linee di testo, tre parole gigantesche attirano lo sguardo: Napoleone il Grande, questa qualifica brilla su quasi tutte le targhe che ricordano i suoi diversi passaggi nei comuni dell'Isola.

Su quella apposta sulla palazzina di Portoferraio si può leggere:

V MAGGIO MDCCXIV
XXVI FEBBRAIO MDCCCXV
QUESTA CASA ANGUSTA E AUGUSTA
DOVE CADDE E ONDE RISORSE UN IMPERO
FU PER QUASI UN ANNO STANZA AL PRIMO ESILIO DI
NAPOLEONE IL GRANDE
COMPIUTASI IN LUI L'UNITÀ DI UN ELBA DIVISA
QUIVI SOLENNE EI PREDISSE QUELLA D'ITALIA
QUI FRA LE NOSTALGIE DELLA FORTUNOSA EPOPEA
CONCEPI' L'AUDACIA IMMINENTE
E ORMAI A QUESTA VETTA SPIANTE PRODE REMOTE
DIETRO LE QUALI EGLI DISCESE COME SOLE DI VESPERO
PER RISALIRE IN UN'ALBA FUGACE
GUARDA IN PERPETUO LA STORIA DEI SECOLI
MEDITANDO
V MAGGIO MCMXXI

A dire il vero questa "casa angusta e augusta" non ha nulla di angusto né di augusto. Solo la sua altezza che permette alle finestre di aprirsi sul mare, invisibile dalla città.

Entrando, una piacevole freschezza incanta il visitatore estivo accaldato dalla temperatura esterna. Trattenuto dalle tende, l'ardente sole del Tirreno penetra dalle fessure e crea strisce luminose sui pavimenti. Attualmente le undici stanze del piano terra costituiscono un sorprendente museo napoleonico.

Nella camera del Guardaroba, una gigantesca bandiera elbana occupa tutta la superficie di uno dei muri. Si tratta di quella che, alzata sul forte Falcone il 4 maggio 1814, segnalò al nuovo sovrano il momento di sbarcare. Sopra un mobile d'angolo una spada di Napoleone. Sopra un'altro la famosa chiave della Porta a Mare, che Traditi gli aveva consegnato sulla banchina. Gli armadi non esistono più ma il ricordo della Signora Squarci, direttrice del Guardaroba, aleggia sempre in questo luogo. Sposa di un medico dell'Ospedale Civile, la signora Squarci era addetta alla cura dei costumi con l'aiuto di una francese, la signorina Petronilla. Essa esercitava il suo incarico in vestito da corte, lungo e bianco con uno strascico ornato da una striscia blu.

Una cornice contiene una lettera commovente del nipote di questa donna. Scritta in francese supplica Napoleone III di offrire un lavoro al firmatario che si trova in difficoltà e ricorda al nipote di "Napoleone il Grande" il servizi resi dalla sua ava all'esiliato del 1814.

Nella camera seguente, -l'anticamera- non restano che due stufe cilindriche e tre seggiole impero. Al muro due stampe. Una rappresenta il porto nel 1796, dunque diciotto anni prima dell'arrivo di Napoleone. Vi si vedono le banchine contornate dalla Gran Guardia, quel bastione sormontato da abitazioni, che dopo questo periodo è stato sempre più utilizzato verso il basso per creare spazi abitabili aprendovi delle finestre sulle pareti. La seconda stampa mostra la Casa dei Mulini alla stessa data e chiarisce la ragione del suo nome: era stata costruita fra due mulini a vento. Questi mulini non esistevano più quando l'Imperatore sbarcò, erano stati demoliti nel 1808.

La casa allora appariva più piccola di come è oggi. La sua storia ne spiega le ragioni. Costruita nel 1724 da Gian Gastone dei Medici, era formata soltanto da quattro stanze ed era abitata dal giardiniere del governatore. L'isola era diventata francese nel 1801 ed i comandanti del genio e dell'artiglieria raddoppiarono la superficie e se la divisero. Nel 1814, pensando che l'Imperatrice ed il loro figlio lo raggiungessero, Napoleone la fece sopraelevare di un piano e decise di fissarvi la sua dimora. Preparò un progetto e ne affidò l'esecuzione ad un architetto di nome Bargigli. Egli stesso si mise a capo dei lavori.

Avendo fretta di fuggire dalla Casa Comunale, dove la mancanza di igiene e la contiguità con gli uffici lo irritavano, pagò personalmente metà del salario dei muratori. Sovente beveva con loro. Più d'una volta fu visto far colazione con un uovo sodo ed un pezzo di pane. E l'uso della zappa non gli faceva paura.

Una tale familiarità gli conquistò i cuori e sferzò di zelo i suoi compagni. Parlando con loro da buon borghese e non da sovrano spiegava, in mezzo al caldo ed alla polvere:

- Qui ci sarà la camera di mia moglie, là quella del ragazzo.

Un giorno, mentre aiutava un operaio a togliere delle pietre, una tabacchiera gli cadde dalla tasca. Gettò un grido al pensiero che il ritratto del figlio, una miniatura che decorava la piccola scatola, potesse essersi rotto. La raccolse e sospirò di soddisfazione: -Ho un po' il cuore di una mamma, adoro il mio bimbo e non me ne vergogno.

Impaziente, non attese che i Mulini fossero completati. Vi traslocò il 21 maggio, mentre i lavori dovevano proseguirono fino al 1° settembre. Vi abitò con l'umidità del cemento fresco, con l'odore delle pitture, la polvere della costruzione ed il baccano dei colpi di martello.

All'inizio dormì nel suo famoso letto da campo che non lo abbandonava mai. Più tardi ne ebbe un altro e ammobiliò la sua camera, dove l'abbondanza dei mobili sorprende gli attuali visitatori. Contrariamente alle camere precedenti non vi manca nulla. Una larga consolle ricoperta di marmo, un secretaire Impero, una poltrona e due sgabelli bianchi ed oro, un orologio a pendolo sul camino, due tavolini da notte cilindrici e naturalmente il letto.

Ah, questo letto a due posti a che ginnastica costringe Napoleone per salirvi!... Non che fosse più alto dei normali letti Impero! Al contrario, poiché è una specie di divano del tipo Borelli, senza pannelli davanti ai piedi di chi dorme, munito di corte colonne ai suoi angoli e molto basso sulla sua base. Ma i suoi fianchi sono abbelliti di sculture sovraccariche di fregi il cui piano verticale forma una barriera appuntita, bordata di becchi e di artigli, che da ciascun lato della rete si alza all'altezza del materasso lasciando poco spazio per salire.

Che buffa idea, si può pensare, ha avuto l'Imperatore nel far fabbricare questo strano mobile?... A dire il vero non l'ha ordinato ad un ebanista, l'ha rubato a sua sorella Elisa, come gli altri mobili della casa.

Ecco lo scenario di questa piccola vaudeville:

Elisa Bonaparte è moglie del conte Baciocchi, un corso che ha sposato nel 1797. Lo sposò nonostante l'opposizione di suo fratello, a quel tempo generale della Repubblica. Ambiziosa, circuisce Napoleone durante tutto il Consolato e l'Impero. Per avere un po' di pace l'Imperatore le regala l'antico principato dei Medici, a condizione che ella vi applichi il Blocco Continentale. E così Elisa diventa gran duchessa di Toscana e principessa di Piombino. È ancora innamorata di suo marito? Poco probabile ed eccone la prova: interrogando all'Isola d'Elba un abitante di Piombino, Napoleone gli farà questa domanda: "Cosa faceva mia sorella in Toscana?" al che l'uomo risponderà: "Faceva l'amore".

Quando il regime cade, Elisa tradisce il fratello nella speranza di conservare le ricchezze che aveva da Lui ricevuto. Firma un patto con Murat, re di Napoli che aveva cambiato bandiera, e a sua volta passa al campo nemico. Tutto inutile; l'armata austriaca invade il suo territorio. La Baciocca, come la chiamano in Toscana, deve fuggire da Piombino. Nel suo palazzo, subito abitato dal generale Starhenberg, restano mobili e quadri di valore.

Informato da uno dei suoi fedeli, Napoleone pensa immediatamente al suo arredamento ed alla sua vendetta. Due piccioni con una fava. Un veliero, partito dall'Elba dietro suo ordine, getta l'ancora a Piombino. Il furiere dell'Imperatore ed i suoi marinai vanno, con la massima naturalezza, ad effettuare il trasloco dal palazzo. Il generale Starhenberg ha un bel protestare, gli inviati del Re dell'Elba non vogliono sentire ragioni. Spingono l'ironia fino a rilasciargli una ricevuta dei mobili che portano via e la loro missione fino al punto di smontargli i pavimenti di sicomoro e le persiane. L'augusto rapinatore non utilizzerà i legni, preferendo la pavimentazione rossastra che esiste ancora e che emana la sua freschezza in tutte le stanze della casa dei Mulini.

Ma il letto, questo curioso divano bordato di sculture che rischiano di impalare l'insonnolito che vi sale, è l'altare degli amori della Baciocca. Fra i fregi di legno dorato ha intrattenuto i suoi ammiratori. Napoleone ne riderà divertito e affermerà:

- Ho punito mia sorella e derubato l'Austria che le è succeduta.

Tuttavia il suo furiere non ha riportato abbastanza mobili. Bisogna completare l'appartamento dell'Imperatrice al primo piano dei Mulini. E prevedere il mobilio delle diverse residenze che l'Imperatore vuol farsi costruire nella campagna elbana. A chi possedette le Tuileries, Saint-Cloud, Fontainebleau e Compiègne, la sola Portoferraio non è assolutamente sufficiente! E quando non si hanno soldi per pagare le fatture si deve arredare senza aprire il borsellino. Come fare?

La tempesta -è proprio il caso di scriverlo- arriva in aiuto all'Esiliato costringendo una nave a rifugiarsi nel golfo di Porto Longone. Napoleone viene a sapere che questa nave contiene l'arredamento di Camillo Borghese. L'illustrissimo principe romano, sposo di Paolina Bonaparte, è sbeffeggiato dalla moglie quanto suo cognato Baciocchi dalla sua. Per questo è da un pezzo che ha rotto con la sua folle consorte. Sfortunatamente egli rimane sempre il cognato del Vinto, divide con lui la disgrazia e fugge da Torino dove possiede un lussuoso palazzo. Più scaltro di Elisa, fa imbarcare i suoi mobili nel porto di Genova con destinazione Roma. Il prudente Borghese ha fatto i conti senza la tempesta. E mentre lui percorre l'Italia in carrozza, i suoi mobili abbandonano la nave e navigano verso l'Elba.

- Bah! fa Napoleone stropicciandosi le mani, tutto questo non esce dalla famiglia!

E ne riderà sotto il sontuoso baldacchino retto dai becchi dei cigni in legno dorato della Baciocca...

Sulla trapunta, protetto da una busta trasparente, fa oggi bella mostra un magnifico mantello verde a fiorellini gialli, appartenuto alla sfortunata Giuseppina. Quando la moglie del generale Bertrand raggiunse il suo sposo a Portoferraio, portò questo vestito all'Imperatore, come ricordo straziante della Creola che era appena morta alla Malmaison.

In questa camera Napoleone parlava spesso, dal letto, con l'amico Poggi, seduto in poltrona. Di questo Corso, che gli era affezionato fin dall'infanzia, ed era capo della Polizia elbana, il valletto Marchand scriverà nelle sue Memorie:

"Il Signor Poggi di Talavo godeva della totale fiducia di Napoleone. Del resto essa era assolutamente meritata. Era principalmente di sera, al momento di coricarsi, che l'Imperatore lo riceveva e chiacchierava con lui."

Quando Poggi si ritirava, il fedele Saint-Denis veniva a far la guardia. Questo domestico, soprannominato "Mameluk Alì", aveva preso il posto dell'egiziano Roustan, che aveva abbandonato il suo padrone a Fontainebleau. Anche lui, come l'egiziano, dormiva su una stuoia buttata sul pavimento, accanto alla porta che dà sull'anticamera. Per assassinare Napoleone sarebbe stato necessario passare sul cadavere di Mameluk Alì. Nella camera vi erano però altre due porte: una dava sul piccolo salone e l'altra sulla biblioteca.

In questa biblioteca quattro armadi con le antine a vetri scoppiavano di libri quasi tutti rilegati. Prima di tutto la collezione, marcata con il simbolo delle armi imperiali, del Moniteur Universel dal 1789 al 1813. Poi le opere di Cervantes, Fénelon, La Fontaine, Voltaire, Rousseau e Plutarco. Tutte queste opere, personalizzate con una N o un'aquila provenivano da Fontainebleau. Attiravano lo sguardo alcuni volumi in pelle marcati con il sigillo di Paolina Borghese e di Carolina Murat e diversi libri che erano appartenuti a M.me Vittoria, zia di Luigi XVI e a M.me Elisabeth, sorella del re ghigliottinato e anche lei vittima del coltello di Sanson. Napoleone con il suo secondo matrimonio si era imparentato con loro. Sospirava talvolta: "Il mio povero zio Luigi XVI..."

Grande lettore, si fece spedire varie pubblicazioni da Genova, da Venezia, da Livorno, da Parigi. Un giorno ricevette alcune opere stampate dopo la sua caduta e prima proibite dalla censura imperiale. Dopo averle lette, confidò al generale Bertrand e a Pons che non capiva il rigore dei funzionari di quel servizio. Riferendosi al volume di M.me de Staël, De l'Allemagne, pubblicato nel 1814, egli scrisse: "Ho letto la sua ultima opera e non vi è un solo pensiero che debba essere proibito."

* Comunicante con la Biblioteca ecco il Grande Salone. Ha una superficie doppia rispetto alle altre camere e si affaccia sia sulla strada che sul giardino. E mentre i soffitti delle sale precedenti hanno travi a vista, il Grande Salone mostra invece un panorama dipinto a trompe-l'œil. Una tenda militare le cui pieghe alternano le lance, scudi e bandiere fanno da sfondo a un lucente mobile Impero di grandi dimensioni.

Eterogeneo, il mobilio attuale è costituito da un grande divano, da poltrone assortite in lacca bianca e oro e da un tavolino rotondo in mogano che regge una statuetta equestre di Napoleone. Questa porcellana di Sèvres, fabbricata sotto il secondo Impero, proviene dalla collezione del principe Demidoff e non era sicuramente a Portoferraio al tempo in cui vi era l'Imperatore. Quattro cassettoni Luigi-Filippo, intarsiati d'avorio e di rame, sembrano interrogarsi sulla loro presenza in questi luoghi. Al muro una riproduzione del quadro del David: Bonaparte che attraversa il San Bernardo.

Davanti a tutta questa accozzaglia lo stupore ha libero corso. Mobili Luigi-Filippo e del Secondo Impero nel salone di Napoleone I? C'è di che restare sorpresi. Ma la spiegazione di questo anacronismo è semplice. Tornato a Parigi il "piccolo re dell'Isola d'Elba" offrì la Casa dei Mulini alla città di Portoferraio affinché ne facesse un museo; ed i suoi libri al Comune per farne una biblioteca. Ma il granduca Ferdinando III, rientrato in possesso dell'Isola dopo Waterloo, confiscò per sé il palazzo miniatura, vendette i mobili a diversi commercianti di Firenze e fece man bassa di buona parte parte dei libri rilegati. Fu molto più tardi, sotto il Re di Francia e poi sotto Napoleone III, che il principe Demidoff, fanatico bonapartista, finanziò le ricerche dell'arredamento originale. Lui stesso e le autorità elbane ritrovarono alcuni dei nuovi proprietari e li convinsero a cedere diversi pezzi. Per rimpiazzare quanto mancava, Demidoff offrì mobili della sua raccolta personale. Alla sua scomparsa l'arredamento andò disperso una seconda volta, poi fu recuperato solo parzialmente fra il 1900 e il 1914 ed esposto nelle sale del Comune, in un piccolo museo che una bomba distrusse nel 1944. Ciò che era riparabile fu restaurato.

Nuove ricerche effettuate in Toscana permisero di riammobiliare i Mulini verso il 1952 con mobili provenienti dal Primo Impero, dalla Monarchia di Luglio e dal Secondo Impero. Ecco perché i mobili che oggi possiamo vedere non sono tutti di "epoca napoleonica".

Una grande malinconia circonda questi ricordi di tre età scomparse. Pochi edifici sprigionano in maniera tanto evidente una così forte tristezza come la Casa dei Mulini. In questi ambienti deserti, dove le voci rimbombano, uno dei più grandi cervelli del mondo lottò fra la rinuncia totale e audaci piani d'azione per una nuova epopea. Che cosa resta delle vivaci discussioniche l'animarono nel 1814 e nel 1815? Qualche muto testimone... Questa casa sopravvive ormai come una reliquia, in parte apocrifa, come un tempio esiliato nel tempo. Alla Malmaison o a Fontainebleau troviamo un Napoleone a casa sua. Nel Gran Salone di Portoferraio lo si cerca a fatica tra i cassettoni Luigi Filippo e la sua statuetta cotta sotto Napoleone III.

Volendolo glorificare, i conservatori l'hanno in qualche caso mistificato, e anche tradito. Ma i loro grandi sforzi sono ugualmente da apprezzare. Dopo questo breve periodo che gli Elbani chiamano l'epoca napoleonica la Casa dei Mulini ha ospitato ricchi borghesi e alti ufficiali. Anche topi, durante i lunghi anni di abbandono; nonché prigionieri di guerra, nel corso dei due conflitti mondiali. Dal 1952 essa è finalmente ritornata alla sua destinazione logica: un museo. Ciò che nessun Re fece mai per uno di loro, fu fatto da funzionari repubblicani.

* Dopo il Gran Salone, il Salone degli Ufficiali espone alcune stampe del regno di dieci mesi. Proclami, petizioni, ordini del giorno del sindaco nominato ciambellano, del prefetto diventato intendente, dell'imperatore diventato re. E così via.

Nella Piccola Sala delle Guardie, sotto vetro, un documento interessante: il passaporto destinato ad un visitatore del 1814.

Un corridoio che si affaccia sulla cucina -di cui non restano che i muri- riporta nel Grande Salone ma questa volta vicino alle porte-finestre che danno sul giardino.

Segue il Gabinetto privato di Napoleone. Si compone di un tavolo da lavoro Direttorio, un armadio e una poltrona. Sulla scrivania, incorniciate, le bozze di due proclami di Golfe Juan (la località della costa francese dove N., fuggendo dall'Elba, sarebbe sbarcato). L'Imperatore aveva redatto questi proclami al popolo e all'armata di Francia al momento di lasciare l'Isola per condannare la defezione di Marmont e d'Augereau, responsabili secondo lui della disfatta del 1814.

Fra le due finestre una stampa mostra Napoleone che guida un aratro. Per niente simbolica, una targa murata a Lacona, piccolo villaggio del sud dell'isola ricorda questo tentativo:

NAPOLEONE IL GRANDE
Qui passando nel 1814
Tolto nel campo adiacente
l'aratro a un contadino
provava egli stesso ad arare.
Ma i bovi, ribelli a quelle mani
che pur seppero infrenare l'Europa
precipitosamente fuggivano dal solco.

Il Piccolo Salone, che segue il Gabinetto, comprende alcune poltrone ed un divano di dubbio gusto, in stile toscano-impero, con lustrini dorati.

La sala dei domestici non ha più mobili. Solo due pile di piatti, marcati con le armi imperiali, si annoiano in un armadio a muro vetrato.

Un corridoio, dissimulato sotto le scale, porta nel vestibolo d'accesso al giardino. Sul muro è appesa la fotografia di un busto del generale Dalesme il cui originale si trova a Limoges. Vi si legge una dedica del sindaco di questa città al Consiglio municipale di Portoferraio.

Nella sala da bagno non vi è più nulla che rievochi le ore passate da Napoleone, in una vasca da bagno oggi sparita, per calmare i suoi nervi. Nelle vetrine sono esposte due lettere commoventi ma estranee all'idroterapia imperiale, una di Napoleone III, l'altra dell'imperatrice Eugenia. Sconfitto nel 1870, provvisoriamente prigioniero in Germania ed in cerca di asilo, il secondo imperatore ringrazia il sindaco di Portoferraio dell'offerta di ospitalità ai Mulini. La seconda è la risposta della sua vedova alle condoglianze del sindaco Eugenio Fossi e della municipalità.

Passata l'ultima porta, ecco di nuovo la Sala del Guardaroba lato strada, da cui abbiamo iniziato il giro. L'assenza di una sala da pranzo non deve stupire, questo tipo di locale non era ancora diffuso sotto l'impero. I domestici montavano la tavola in un corridoio, in una camera, da qualsiasi parte...

* Venti gradini in marmo rosa formano una scala diritta, piuttosto stretta che conduce all'unico piano sopraelevato della casa.

Questo piano è composto da nove stanze. Nelle prime quattro, destinate originariamente al Re di Roma non vi sono che tre quadri di cui un ritratto della regina Ortensia. Le quattro successive riservate a Maria Luisa sono vuote. Fra le une e le altre un salone sorprende per le sue dimensioni. Occupa la superficie della camera di Napoleone, della sua biblioteca, del gabinetto di lavoro e del piccolo salone situati di sotto.

Era il grande Salone di Paolina, poiché l'Imperatrice non aveva voluto raggiungere il suo sposo. La storia di questa assenza, spesso analizzata, può ancora stupire. Quando Napoleone negoziava a Fontainebleau con i suoi vincitori, Maria Luisa dichiarava a Blois, dove si era rifugiata: "Il mio posto è vicino all'Imperatore, voglio raggiungerlo; con lui sto bene dappertutto." Gli scriveva lettere dalle quali traspare un attaccamento sincero, leggendole si sente che non è finzione. Ma le potenze vincitrici avevano già disposto di lei e di suo figlio e la fragile sposa si lascerà manovrare. Dato che l'Imperatore gode ancora di una certa popolarità, l'Europa ha interesse a dividere la sua famiglia per separarlo dal suo erede e abolire la dinastia.

Maria Luisa torna sotto il controllo di suo padre, il sovrano d'Austria. Il suo entourage le lascia intendere che potrà raggiungere il suo sposo in qualsiasi momento. Ma la sua salute, malferma per le sofferenze della disfatta, non avrebbe tratto vantaggio da un periodo di cura delle acque ad Aix? Dato che la stagione dei bagni inizia solo a fine maggio, è naturale che la malata attenda questa data in seno alla famiglia a Vienna. E se appena il dottor Corvisart, tradendo Napoleone, volesse scrivere una ricetta proibendo il clima del Tirreno, il gioco sarà fatto. A condizione, naturalmente che l'Imperatrice anteponga la sua salute all'amore coniugale.

Dopo la sua partenza per Vienna, il tono delle sue lettere a Napoleone comincia a cambiare. Nella capitale austriaca incontra la nonna, la regina Carolina delle Due Sicilie. Anche se odia l'Orco corso la vecchia sovrana indovina le manovre e se ne indigna:

- Quando si è sposati, figlia mia, è per la vita. Se fossi al vostro posto, attaccherei un lenzuolo alla finestra e scapperei!

Per tutta risposta Maria Luisa scoppia in singhiozzi.

E di lacrime ne verserà tante in questo periodo. Ma un uomo fu incaricato di asciugargliele: si chiamava Neipperg e aveva trentacinque anni. A credere a Méneval, vecchio scriba di Napoleone e accompagnatore di Maria Luisa a Vienna, il generale Neipperg ebbe la missione di staccare la debole donna da suo marito. "E questo -scriveva- spingendo le cose fin dove era possibile. " Nominato ciambellano dell'ex-Imperatrice, Neipperg la condusse ad Aix e "spinse le cose" così bene che Maria Luisa, al momento del ritorno dall'Isola d'Elba, era diventata l'amante del generale da circa cinque mesi. Nel frattempo ella scriveva sempre meno a Napoleone. La sua ultima lettera sarà del 3 gennaio 1815. E avrà la faccia tosta di riconoscere: "È un secolo che non ti scrivo." Facendogli gli auguri per il nuovo anno, non parlerà più di raggiungerlo.

Ma l'Imperatore sapeva già, da un corriere di Méneval, che non doveva più contare su di lei. Ignorando come stavano le cose, pensava che la corte d'Austria la tenesse prigioniera insieme al Re di Roma. Al commissario inglese Campbell diceva:

- Mia moglie non mi scrive più. Mi è stato tolto mio figlio così come una volta i bambini dei vinti venivano mostrati per ornare il trionfo dei vincitori. Non esistono esempi di simile barbarie nella storia moderna.

Ecco perché Paolina Borghese occuperà, più tardi ai Mulini, l'appartamento destinato alla sposa infedele ed al figlio prigioniero. Otto finestre, di cui la metà sulla strada e la metà sul giardino, danno al salone del primo piano un mare di luce. Per la prima volta i Mulini hanno l'apparenza d'un palazzo. Sul soffitto magnifici dipinti a trompe-l'œil, brillanti e generosi, richiamano l'atmosfera delle dimore fiorentine. Un fascio di lance e di picche sostengono un tendale apocrifo; delle Vittorie multicolori giocano con ghirlande di lauro. Un lustro lampadario Impero -autentico- pende con tutta la sua massa di cristalli appuntiti.

Con le poltrone bianche ed oro, rivestite di tessuto blu cielo, con l'immenso specchio che le riflette, questa sala così alta il cui tetto supera, visto dal di fuori, i tetti delle case vicine, questo Gran Salone sembra veramente una galleria principesca. Tutto è chiaro, cangiante, femminile, malgrado gli attributi guerreschi degli archi.

Nella camera, nei piccoli saloni, nella sala da bagno, la grazia di Paolina si mostra in tutta la sua languidezza. Da una scala nascosta, che parte dalla sala da bagno, la principessa poteva scendere sotto il portico delle cucine senza passare per la scala principale. Poteva così arrivare davanti ai fiori ombreggiati dai tamerici, dai mirti e dagli oleandri. Alcuni vasi di gerani in terracotta, con incise le tre api, limitavano il prato. Nel mezzo montava la guardia una statua di Minerva.

Il tempo non ha distrutto questo decoro agreste. Il minuscolo giardino esiste ancora e domina il mare dall'alto dei suoi trentadue metri. Una barriera in muratura, vestigia della fortezza dei Medici, impedisce di scivolare sul pendio della collina che diviene scogliera poco sopra al punto in cui si frangono le onde. Guardando in lontananza, si comprende perché l'Esiliato scelse questa dimora. Con un colpo d'occhio abbracciava tutta la distesa liquida e all'orizzonte, con il buon tempo era visibile la costa italiana sul canale di Piombino. A est vedeva il faro e controllava l'entrata della rada. Nessuna nave, amica o nemica, poteva passare inosservata.

Il forte Falcone, situato a 79 metri sopra il livello del mare, domina la casa sulla sinistra. Il forte della Stella, costruito ad una altezza di 49 metri la domina a destra, separato solo dall'orto-giardino. Oggi questo l'orto-giardino non esiste più. Al suo posto i conservatori del XX secolo hanno posto un prato attraversato da sentieri disposti a stella. Nel centro della stella vi è un piedistallo con una donna in marmo bianco: Paolina. Completamente nuda, la graziosa peccatrice sta accovacciata, un ginocchio poggiato a terra. Non nasconde niente, la ninfa dei Mulini, si espone in tutta la sua bellezza.

Questa statua impudica ma piena di fascino è la copia dell'originale che fu scolpita a San Martino, la villa d'estate di Napoleone. Lo scultore era il Canova, di cui ammiriamo un'altra Paolina, a Palazzo Borghese, nella Città Eterna. Molto conosciuta, la scultura romana è coperta fino alla vita da un drappeggio che nasconde il corpo. A Portoferraio nulla viene nascosto dello splendore della Principessa. Nonostante la nudità lasciva, ella sembra fredda. La sua posizione complicata ne spiega i motivi e ci si domanda come Paolina abbia potuto, senza affaticarsi fino allo sfinimento, posare con un ginocchio appoggiato a terra, su un piede contratto, l'altro ginocchio alzato mentre un braccio si torce dietro la nuca e l'altro poggia sotto i seni. Languida e spesso lagnosa, ci sembra di vedere Paolina che perdeva continuamente la posa e Canova che brontolava...

All'altra estremità del giardino, sul lato ovest, si trova la Sala da ballo. Costruita di sbieco comunica con la palazzina attraverso la Piccola Sala delle Guardie. Prima della distruzione dei due mulini serviva come deposito per la farina ed il grano. L'Imperatore la fece ingrandire e dipingere magnificamente e vi fece costruire un palcoscenico dove prendeva posto l'orchestra la sera delle danze. Lasciata per anni in stato di abbandono, con la pioggia che colava dal tetto non aveva del tutto perso le tracce delle decorazioni. E fra i mattoni rossi si vedevano invecchiare lance e tende dipinte come trompe-l'œil. Recentemente è stata restaurata ed è tornata all'antico splendore con il nome di Teatrino di Napoleone. Essa viene utilizzata per concerti e rappresentazioni teatrali.

* Se si deve credere a Peyrusse, ministro delle Finanze del regno elbano, la costruzione dei Mulini costò 80.000 franchi (200.000 franchi pesanti - 1959). Questa cifra sembra modesta se confrontata con l'importanza dei lavori eseguiti e la bellezza del risultato.

In questa casa faceva un caldo torrido durante l'estate del 1814. Pons de l'Hérault scriverà, nei suoi Souvenirs: "Il sole era bruciante come ai tropici, i suoi raggi infiammati sembrano impedire ai venti alisei di rinfrescare le montagne granitiche e ferrugginose dell'Isola d'Elba. Questo calore eccessivo affaticava l'Imperatore. Il suo palazzo imperiale di Porto Ferrajo era veramente di fuoco."

Come rimedio, Napoleone si bagnava sulla spiaggia de "Le Viste", la stessa dove era arrivato Hutré nel 1793. Per raggiungerla gli era sufficiente uscire di casa, e scendere per il sentiero scosceso che il fuggiasco di Tolone aveva risalito vent'anni prima.

"Una vista magnifica!" mormorava l'Imperatore percorrendo questo cammino, nei primi tempi del suo soggiorno. In effetti è difficile immaginare un paesaggio più bello. Rocce nere e bianche bordano l'insenatura sormontata a sinistra dall'impressionante muraglia del forte del Falcone. Il sentiero che scende a zig-zag attraversa una vegetazione che profuma di menta e di rosmarino. Visto da quell'altezza il mare possiede una trasparenza vetrosa che vira dal verde bottiglia fino al color smeraldo. Delle macchie color malva, disseminate e sparse segnalano agli occhi abbagliati la presenza sorniona di scogli affioranti. Più lontano, verso le profondità da cui si stacca un isolotto sormontato da un faro, esso riprende il suo intenso colore blu lapislazzuli. Le barche sembrano galleggiare nell'aria tanto la distesa d'acqua che circonda la spiaggia resta calma e limpida.

Su questa Spiaggia delle Viste Napoleone faceva i bagni prima dell'arrivo della Guardia. L'Imperatore si vergognava di mostrare la sua obesità ai soldati. Allora scendeva dalla palazzina non più dal lato strada ma dal giardino per una strettoia infossata che porta ad una grotta scavata sotto la scogliera. Circondato da tre o quattro servitori tuffava la sua panciuta nudità nello sciabordare della caverna e al riparo della penombra.