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Napoleone all'Isola d'Elba - l'Imperatore dell'Isola

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Capitolo V - L'isola del ferro

Il Trattato di Fontainebleau obbligava Luigi XVIII a versare due milioni all'anno al sovrano dell'Isola d'Elba. in attesa del primo versamento trimestrale di questa rendita, l'ex-imperatore non poteva contare, per far fronte al suo nuovo bilancio, che sulla rendita delle imposte e sui ricavi delle miniere di ferro. Soprattutto su queste ultime, dato che una popolazione di dodici mila anime, compresi i bambini, non costituiva certo una grande massa di contribuenti. E quando la Guardia fosse arrivata occorreva pagarne il soldo ed il mantenimento. Così Napoleone volle, subito dopo la sua installazione provvisoria alla Casa Comunale, conoscere l'importanza ed il ricavato delle miniere. Il giorno dopo la sua visita ai forti ed alla Casa dei Mulini, si fece condurre in carrozza a Rio, il centro industriale.

Mantenendo le sue funzioni di gran maresciallo del palazzo, il generale conte Bernard fu incaricato dell'organizzazione del viaggio. Si mise d'accordo con il prefetto Balbiani per mobilitare la "brigata degli applausi". Nella folla che acclamerà l'Imperatore a Rio, questi riconoscerà visi già visti il giorno del suo sbarco a Portoferraio. Li rivedrà ancora nel corso di altri spostamenti ufficiali. Indovinando il trucco, si guarderà bene dal proibirlo.

All'alba del 6 maggio una berlina lo porterà in direzione della costa orientale, dove si trovano le miniere. Lo accompagneranno il generale Dalesme, il colonnello Vincent ed il dottor Foureau de Beauregard. Con loro verrà anche Sir Neil Campbell, commissario della Gran Bretagna. Napoleone si sentiva stranamente attratto da questo ufficiale, mezzo gentleman e mezzo spione. Un plotone di cavalleria scortava i viaggiatori.

Uscito da Portoferraio, per l'unico passaggio della "Porta a Terra", scesero fino allo stretto braccio di mare (in seguito ricoperto) e lo superarono passando sul ponte levatoio, anch'esso oggi scomparso. Gli animali presero il trotto, attraversarono il villaggio delle Ghiaie e si inoltrarono nella campagna.

* Pons de l'Hérault, direttore delle miniere, attendeva l'Imperatore a Rio. Questo funzionario conosceva bene l'Imperatore, non perché aveva fatto parte della delegazione salita due giorni prima sull'Undaunted e del corteo che aveva condotto Napoleone al Comune, ma perché il loro primo contatto risaliva a molto tempo addietro. I due uomini si erano frequentati nel 1793, durante l'assedio di Tolone. André Pons de l'Hérault, si faceva chiamare allora Marat-Lepeletier, avendo sacrificato il suo nome di battesimo alla moda rivoluzionaria. Nato a Sète, si era arruolato volontario nella marina ed era diventato ufficiale. Durante il famoso assedio comandava un fortino. Ospitando il capitano Bonaparte aveva avuto l'occasione di fargli assaggiare una zuppa di pesce cucinata da lui stesso e che Napoleone ricorderà nei suoi Souvenirs come una "bouille à baisse".

Accanito repubblicano, divenne deputato sotto il Direttorio. Per evitare ogni confusione con un omonimo, fece seguire al suo nome le parole "de l'Hérault", regione che egli avrebbe rappresentato al Consiglio dei Cinquecento, se questa assemblea avesse omologato la sua elezione. Respinto dai suoi pari, Pons riprese il mare con il grado di capitano di fregata. Ma lasciò il servizio quando si rese conto che Bonaparte stava strangolando la Repubblica.

Sposato con una ricca fanciulla, viveva in una relativa agiatezza e contemporaneamente con la nostalgia del berretto frigio, quando fece la conoscenza di Lacépède, Gran Cancelliere della Legione d'Onore. Nel 1809 quest'ultimo gli offrì la direzione delle miniere di Rio, i cui ricavati alimentavano le casse dello Stato. Contento di trovare una occupazione, Pons partì per l'Isola d'Elba, insieme a moglie e figli.

Rinvigorendo uno sfruttamento deficitario, poté inviare importanti incassi a Lacépède. Fedele al suo passato partecipò alla vita dei suoi minatori e ne migliorò le condizioni. Grazie a lui ciascuno possedette ben presto una casa di proprietà. La gente lo adorava, lo chiamavano "il nostro babbo"; e lui non si stancava di ripetere; "Figlioli miei, nessun regime vale quanto la Repubblica."

Ed ecco che Napoleone diventava il loro re!

A bordo dell'Undaunted ed al Municipio Napoleone non aveva lasciato trapelare di conoscerlo. Su Tolone e sulla "bouille à baisse" nessuna allusione. Interpretando questo atteggiamento come un avvertimento, il direttore delle miniere prevedeva un suo licenziamento.

Così, volendo mettere le migliori carte nel suo gioco, si affrettò a lasciare Portoferraio appena al corrente della prossima visita dell'Imperatore. Saltò in sella e rientrò a Rio preparando i piani per un ricevimento entusiasta. Al pari del gran maresciallo ingaggiò una "squadra degli applausi". Purtroppo aveva fatto i conto senza l'affetto dei suoi minatori, la sua goffaggine ed il carattere di Napoleone.

* Dopo l'uscita dalle Ghiaie, il corteo imperiale ritrovò il golfo di Portoferraio e seguì il suo contorno per una mezz'ora. Che magnifico spettacolo! Napoleone viaggiava in carrozza ai piedi delle montagne che aveva intravisto dall'Undaunted entrando nella rada. Il massiccio si ergeva prima alla sua destra, poi a sinistra, mentre in fondo al golfo si intravedeva la capitale. Al di là appariva lontano e sfumato il mare aperto. Il cammino saliva a fianco del pendio, a zig zag con tornanti su se stesso. Improvvisamente la strada abbandonò la rada e si inoltrò nella vegetazione. Il quadro cambiava. La carrozza percorreva la salita al piccolo trotto perché qualsiasi errore l'avrebbe precipitata nella profonda gola. Sotto la vegetazione i resti di un antico teatro segnalavano che Roma aveva posseduto questo territorio. Adesso era un percorso in quota fra boschi di pini. Ridiscendendo il monte con prudenza, il cocchiere dirigeva l'attacco fra una doppia fila di aloe, in cima ai quali riappariva il mare. Circa sessanta minuti erano passati dalla partenza da Portoferraio: l'Imperatore arrivava sul versante orientale dell'Isola, vicino alla zone del ferro...

Ma che succede? Napoleone dà un ordine e la carrozza gira a destra e torna nella vegetazione. Prima di raggiungere Porto Longone egli desidera attraversare Capoliveri, i cui abitanti, sembra, abbiano la testa un po' calda. L'Imperatore vuol dimostrare che non ha certo paura di loro.

Ed eccoci arrivati a Capoliveri! (Non vi sono grandi distanze all'Isola d'Elba). Il suo nome, deformazione di Capo-liberi ricorda la sua antica storia. Qui si rifugiarono, ai tempi dei Medici, gli evasi dalle prigioni, i condannati dai tribunali toscani, i colpevoli e gli innocenti che una grazia rendeva liberi in questo asilo, a condizioni di non allontanarsene. Ed erano uomini rudi, i cui nipoti avrebbero dato filo da torcere al nuovo monarca. Unici fra tutti gli Elbani a rifiutarsi di pagare le tasse. Avvisato dal suo ministro delle Finanze l'Imperatore deciderà: "se non pagheranno nelle prossime ventiquattr'ore, invierò un battaglione ad occupare le loro case e a mangiare da loro!"

Diverse settimane prima di questo incidente attraversò il loro villaggio con un plotone. Non vi si fermò, voleva solo mostrare la sua forza per evitare di doversene servire.

Finita la dimostrazione, la carrozza e la scorta fanno un mezzo giro e riprendono la strada. Mezz'ora più tarda arrivano a Porto Longone, frontiera della zona industriale.

Tremila anni prima gli Etruschi estraevano da qui il minerale: dalla parola etrusca "Ilva" che significa "ferro" è derivata "Elba". Così l'Imperatore pensa di scoprire una regione triste e nerastra. Ma si sbaglia! Risplendente nel sole, la vegetazione fa concorrenza in intensità al blu del mare.

Piacevolmente sorpreso Napoleone decise di avere una sua residenza a Porto Longone. Sceglie la vecchia cittadella e spenderà 9400 franchi per sistemarla a suo gusto. In realtà questa casa diventerà fortezza e prigione. La sua sola attrattiva -per i visitatori del futuro- risiederà nei fantasmi che la frequentano. Anticamente era chiamata "il castello", ed era stata costruita da Cosimo I°. All'Elba le ombre dei due grandi si sovrappongono. Tutto quello che il fiorentino costruì, il Corso utilizzò. Fortezze, case, porti, il secondo modernizzava e abbelliva tutto: così pure il "castello" di Porto Longone.

Ai tempi dei Medici i forzati del castello trascinavano una catena con una palla di ferro. Tutte le mattine partivano per Rio, distante alcuni chilometri e sfacchinavano nella miniera sotto i colpi di frusta. La sera rientravano stremati a Porto Longone. Questi sventurati non erano necessariamente criminali. Vittime spesso dell'arbitrio sopportavano il Purgatorio sulla terra. Per dire che Cosimo dei Medici, anche se è stato dipinto, scolpito e incensato a Firenze, non era certo un filantropo!

Questo amico delle arti e degli artisti, mecenate e principe illuminato portava nei cromosomi ereditati il disprezzo per gli scrupoli politici, il gusto del pugnale e del veleno. Continuatore della tradizione famigliare, aveva assassinato lo zio per ereditarne la corona. Faceva sopprimere i suoi avversari nobili mentre quelli del popolo li mandava a Porto Longone. Se, caso straordinario, graziava dei condannati, questi miserabili dovevano rimanere relegati nel villaggio stesso. Non potendo sopravvivere se non lavorando alla miniera di Rio passavano dal rango di ergastolani con la catena a ergastolani senza catena, sposandosi con le ragazze del paese. E i loro discendenti divennero gli operai di André Pons de l'Hérault.

* Napoleone non ignorava queste notizie. Sapeva anche che Rio, sul pendio della montagna dove si trovavano le miniere, possedeva un porto in basso chiamato Rio Marina. Finita la visita a Porto Longone si diresse verso Rio.

Trenta minuti di tragitto furono sufficienti a trasformare il paesaggio. Non più alberi, niente erba, case grigie, visi neri, strade rugginose, scorie rossicce sui pendii.

Il minerale veniva estratto a cielo aperto. Le carrette lo trasportavano in quaranta minuti al porto di Rio. Da qui convogli di chiatte lo portavano fino a Piombino che dà il suo nome al canale che separa la Toscana dall'Isola d'Elba.

Era a Rio Marina (e non a Rio) che abitava Pons de l'Hérault. Ed era a casa sua che attendeva Napoleone il 6 maggio 1814.

Eccolo dunque, da oltre un'ora, all'erta sulla strada. Intorno a lui i suoi minatori e la popolazione. In mezzo ad essi un arco di trionfo formato da pali e rami di castagno. Scrutando l'orizzonte, Pons vede la nube di polvere sollevata dalla carrozza e dalla scorta.

Ad un segnale gli operai si mettono in fila, il piccone sulla spalla, come un battaglione di fanteria. Nel porto i battelli alzano le bandiere. Accendendo le micce delle vecchie colubrine, attendono l'arrivo dell'Imperatore per far partire una salva. Questa scoppia nel momento che Napoleone mette i piedi a terra.

Il ricevimento di Portoferraio ricomincia: giovani ragazze offrono fiori, sindaco e notabili leggono una proclama, il prete invita l'Imperatore a sedersi sul baldacchino che lo porterà fino alla chiesa. Intermezzo buffo: il signor Gualandi, sindaco di Rio e geloso del suo omonimo di Rio Marina si getta ai piedi di Napoleone che sobbalza. Vedendolo cadere di fronte a lui l'Imperatore retrocede. Sente appena il suo adoratore, fra l'altro cieco da un occhio, declamare "In Te Domine speravi." Ma mentre i paesani alzano il grido "Evviva l'Imperatore", gli operai di Pons acclamano il loro direttore che gli ha sempre detto "niente vale quanto la Repubblica."

- Viva il nostro babbo! urlano quegli uomini semplici.

Napoleone impallidisce e dice al suo ospite:

- Siete voi il principe, qui!

- No sire, farfuglia l'interpellato, io sono il loro padre, non il loro principe!

Il corteo arriva alla casa del direttore dove la signora Pons ha preparato un pranzo. Una zuppa di pesce figura nel menu, non per rinfrescare la memoria di Napoleone, ma perché questo piatto è la grande specialità gastronomica dell'Isola. Attraversando il giardinetto l'Imperatore vede dei vasi di gigli che decorano la scalinata. Il servitore di Pons, credendo di fare una cosa ben fatta, aveva disposto questi fiori durante l'assenza del suo padrone, ignorando che essi erano l'emblema di Luigi XVIII.

- Eccomi alloggiato con dei bei simboli! borbotta Napoleone.

Persuaso che fosse il suo ospite l'autore di questo scherzo non gli rivolgerà più la parola. Nel salone dove i convitati chiacchierano prima di passare a tavola, André si allontana ed ascolta questa domanda del generale Dalesme:

- Sua Maestà mi ha domandato se siete sempre repubblicano.

Evidentemente la presenza dei gigli fa pensare che Pons approvi il ritorno dei Borboni sul trono di Francia. Risponde arrossendo:

- Io non rinnego le mie opinioni, ma l'Imperatore può contare sulla mia devozione di amministratore delle miniere e dei suoi dipendenti.

Napoleone gli fa segno di avvicinarsi. Il brav'uomo obbedisce, inizia a parlare ma si emoziona al punto di chiamare l'Imperatore "Signor Duca", "Signor Conte".

Furioso, Napoleone fingerà di ignorarlo durante tutto il pasto. Molto volubile, parlando di tutto salvo che delle miniere, discuterà di matematica e di storia con Bertrand Campbell, i due sindaci ed il sottotenente di vascello Taillade.

Passato dal fastidio alla collera, Pons de l'Hérault si alza. Vedendolo lasciare la tavola, Napoleone lo richiama e mentre i domestici servono il caffè, si alza a sua volta e raggiunge Pons nel corridoio.

- Sono un vecchio soldato, gli dice, e vado dritto alla meta. Restate o non restate con me?

Pons comprende che non si tratta della sua presenza a tavola ma del suo rimanere alla direzione delle miniere. Sorpreso e lusingato ritrova la parola e risponde:

- Non spero niente di meglio che di poter essere utile a Vostra Maestà.

Finalmente è riuscito a dire, questo repubblicano che lotta fra le sue opinioni ed i suoi interessi, le due parole che contavano: "Vostra Maestà".

Il pomeriggio visita all'estrazione. Appena l'Imperatore appare sul cantiere, una delegazione del personale si inginocchia davanti a lui. Poco abituato a questo spettacolo di gusto orientale, Napoleone sobbalza e riceve dalle mani di un caporeparto una petizione scritta. È una preghiera in favore del mantenimento di Pons alla direzione dell'impresa. Napoleone la legge ad alta voce. Pons diventa scarlatto, temendo che l'Imperatore possa pensare che la cosa sia stata organizzata da lui per forzargli la mano. In un impeto di cattivo umore dice, anzi, quasi grida:

- Signore, vi prego di credere che io sono assolutamente estraneo a questa manovra!

Andiamo, è tutto da rifare! Il "Signore" cancella l'effetto della "Vostra Maestà"!... Nuovamente Napoleone gira le spalle a Pons.

Tutto il pomeriggio passerà fra alti e bassi di questo genere. Ma Napoleone conosce troppo bene gli uomini per non intuire in questo giacobino testardo un prezioso collaboratore. Si ripromette di tenerlo al suo servizio e di ammansirlo. Lasciando la carrozza, monta in sella e seguito da un corteo anch'esso a cavallo prende il cammino del ritorno. Non osando allontanarsi, Pons de l'Hérault si unisce a lui.

Rientrando per un'altra strada rispetto a quella dell'andata, l'Imperatore vuol visitare il Volterraio, fortezza etrusca costruita a più di quattro cento metri di altezza su un picco conico. Questo nido d'aquile, Napoleone lo aveva notato dal ponte dell'Undaunted. Solo un cieco non lo vedrebbe. Anche se situato all'interno dell'Isola, domina sia la costa occidentale che la riva orientale fino alla punta nord dell'isola. Erano stati gli abitanti di Volterra, che l'avevano costruito alcuni secoli prima, a chiamarlo Volterraio.

- Noi vogliamo salirvi, decide Napoleone. Che cosa ne pensate signor Pons?

- Sire, non ve lo consiglio.

- Diavolo e perché?

- Perché, dichiara Gualandi (il sindaco semi-cieco di Rio), il Volterraio è stato costruito dai giganti. Soltanto esseri soprannaturali, leggendari, sono stati capaci di trasportare le pietre in cima a questo pan di zucchero aguzzo, dove basta un soffio di vento per mettere a rischio la vita.

- E allora noi non rischieremo!

Così l'Imperatore rinunciò all'ascensione della fortezza e del suo piedistallo di granito. Il corteo fece il giro della base -tragitto aspro, disagiato, difficile- non senza alzare la testa ad ogni istante ed ammirare la meravigliosa, millenaria costruzione etrusca.

Un'ora dopo la partenza da Rio egli arriva coperto di povere alla baia di Magazzini. In questo piccolo porto, aperto sul golfo ma di fronte a Portoferraio, Napoleone e la sua scorta scendono di sella. Affaticato dalla cavalcata e rinunciando a percorrere la rada lungo la litoranea, l'Imperatore ordinò a un pescatore di prenderlo a bordo e dirigersi verso la capitale.

Al momento di imbarcarsi Pons commise di nuovo un crimine di lesa-etichetta: invece di accompagnare Napoleone sulla barca prese congedo da lui. Napoleone se ne lamentò con il generale Dalesme, che trasmise il rimprovero al direttore delle miniere. Ricordando l'incidente quest'ultimo scriverà più tardi: "Occorre avere un po' di indulgenza per il noviziato di un vecchio repubblicano che si trova di colpo trapiantato in un mondo nuovo."

Trapiantato in un nuovo mondo, lo era anche Napoleone in questo rientro dalla sua escursione nella zona del ferro. Ma in un mondo geografico, molto diverso dal protocollo in cui Pons si dibatteva lagnandosi. Tra acqua e montagne, una pianura verdeggiante ricordava un po' la Normandia, resa però diversa da una flora quasi tropicale dai colori marcati.

Limonaie cariche di frutti e aranceti si alternavano ad aloe dal profumo resinoso. Una foresta di pini e di eucalipti mescolavano odori balsamici all'odore di alghe che saliva dalla rada, circondata da rocce rossastre. Lontano, il sole calava dietro la cerchia delle mura di Portoferraio. I suoi raggi riposavano su un letto di nubi. Passando dal rosa al color malva mettevano un'aureola alla capitale dell'Isola d'Elba, dandole l'aspetto di un fondale per una vetrina di giocattoli.