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Informazioni sull' Isola d'Elba

Napoleone all'Isola d'Elba - l'Imperatore dell'Isola

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Capitolo III - Conseguenze di un proclama

- Un altro messaggero! borbotta il governatore.

E mentre il bastimento entra in rada e si ferma sul suo abbrivio, una scialuppa viene calata dalla gru di poppa e si dirige verso il porto.

Immediatamente Dalesme, dal cortile del forte, salta a cavallo. Evitando le scalinate e percorrendo una serie di stradine impiegherà dieci minuti al galoppo per precipitarsi dal suo osservatorio alle banchine del porto. Da qui osserva col cannocchiale i passeggeri della scialuppa e, davanti ad un ufficiale d'ordinanza stupito quanto lui, esclama con voce soffocata:

- Drouot!

Proprio così, era Drouot che accompagnava il colonnello Germanowski, sir Neil Campbell ed il maggiore austriaco Klam.

Rimasto a bordo dell'Undaunted l'Imperatore aveva consegnato al suo messaggero questa lettera destinata a Dalesme:

"Generale, io ho sacrificato i miei diritti agl'interessi della Patria e mi sono riservato la Sovranità, e proprietà dell'Isola d'Elba, a ciò hanno consentito tutte le Potenze. Compiacetevi di far conoscere il nuovo stato delle cose agli Abitanti, e la scelta che ho fatto della loro Isola per mio soggiorno in considerazione della dolcezza dei loro costumi, e del loro clima. Diteli che essi saranno l'oggetto del mio più vivo interesse".

Dalesme accolse Drouot sull'imbarcadero. Dopo i saluti, il secondo chiese senza giri di parole:

- Caro amico, qual'è lo stato d'animo dei vostri abitanti?

E Dalesme, abbassando la voce: - Hum... Non molto favorevole a Sua Maestà.

- Peccato. Dovete sbrigarvi, comunque. L'Imperatore sbarca domani: dovrà avere un'accoglienza regale!

Dalesme accompagnò i suoi quattro visitatori -Drouot, Germanowski, Campbell e Klam- al municipio. Qui giunto presentò loro il vice prefetto Balbiani, il sindaco Traditi e il vice sindaco Joseph Hutré.

- È assolutamente necessario che la cittadinanza applauda l'Imperatore! ripeté Drouot.

Il Polacco, l'Austriaco e l'Inglese approvarono: la politica ha di questi oscuri imperativi. Gli otto uomini prepararono un piano. Per far accettare Napoleone dagli Elbani si lusingherà la loro vanità ed il loro orgoglio. Si dirà loro che l'Imperatore, avendo abbandonato lo scettro del mondo per evitare la guerra civile, aveva scelto la loro Isola come residenza. Si decise di puntare su questa bugia, di pavesare le strade, di far schierare le truppe in armi e di proclamare, con affissioni e con banditori pubblici quanto Napoleone onorava l'Isola d'Elba preferendola alla natale Corsica ed a qualsiasi altro principato.

Niente è più contagioso dell'entusiasmo. Gli abitanti di Portoferraio trascorsero la notte a preparare i festeggiamenti, spazzolare i vestiti della domenica, confezionare ghirlande, mettere fiori alle finestre, cucire bandiere secondo il modello portato da Drouot.

Era stato lo stesso Imperatore a ideare questa bandiera. Durante i cinque giorni della traversata aveva studiato a fondo i libri relativi all'Isola d'Elba portati da Fontainebleau. Traendo ispirazione dallo stemma dei Medici, antichi sovrani dell'Isola, aveva disegnato una nuova bandiera con fondo bianco e una banda trasversale rossa sormontata da tre api d'oro.

Il simbolo fiorentino avrebbe dovuto piacere agli Elbani e le api d'oro, ricordo del mantello imperiale, erano destinate a soddisfare i soldati che attraversando la Francia, sotto il comando di Cambronne, avrebbero raggiunto Portoferraio 20 giorni dopo.

Drouot aveva consegnato il disegno di questa bandiera a Dalesme annunciandogli:

- L'Imperatore farà la sua entrata ufficiale quando dal ponte dell'Undaunted vedrà sventolare la nuova bandiera sulle fortezze della città.

Una delegazione ricondusse gli emissari al Porto e poi alla fregata. Era composta dal governatore militare, il vice prefetto, il sindaco e i suoi due vice. Così pure ne facevano parte il presidente del Tribunale ed un certo colonnello Vincent, già capo del genio in Toscana, rifugiatosi all'Isola d'Elba dopo l'abdicazione di Fontainebleau. Infine il dottor Lapi, comandante della guardia nazionale ed un personaggio piuttosto fuori dell'ordinario, il Signor Pons de l'Herault. Nient'affatto nobile, era de l'Herault come si è di Parigi, della Lombardia o del Piemonte. Dirigeva lo sfruttamento delle miniere. Il ferro rappresentava la più importante risorsa dell'Isola. Pons de l'Herault era in qualche modo responsabile del benessere del paese. Le estrazioni d'oro e d'argento, che avevano arricchito i Medici, non erano più redditizie: ne rimaneva solo il ricordo nelle vetrine dei negozi sotto forma di piccoli frammenti di roccia con riflessi gialli e brillanti.

La delegazione elbana sale nella scialuppa con Drouot, Germanowski, Campbell e Klam. Escono dalla darsena, attraversano la rada e si accostano all'Undaunted. Napoleone li riceve nella sala di comando, messa a disposizione dal comandante della nave. Gli Inglesi sono proprio dei gentlemen! Da quindici anni andavano dicendo dappertutto che l'Inghilterra aspettava Boney non appena fosse stato catturato. Propaganda politica!... In fondo lo ammiravano. Una volta caduto nelle loro grinfie lo chiamano "Sire" e gli danno della "Your Majesty".

Dalesme batte i tacchi davanti all'Imperatore. Il sindaco e il vice prefetto si tolgono il cappello tremolanti. Il dottor Lapi sembra quasi venir meno. Solo Pons de l'Herault non si scompone. Dissimula la sua figura bonacciona dietro la montatura di ferro dei suoi occhiali. Un guerriero autoritario non impressionava certo questo repubblicano grassottello e pacifista.

Autoritario l'Imperatore non lo fu affatto con i suoi visitatori: desiderava accattivarseli e li mise a loro agio. I suoi occhi si tinsero di una malinconica dolcezza. In venti minuti si conquistò la stima e la compassione del suo uditorio. Il direttore stesso delle miniere fu scosso, come doveva scrivere più tardi, e la deputazione rientrò affascinata e si preparò ad accogliere all'indomani Napoleone sul piccolo imbarcadero che tagliava in due il fondo del porto.

*
Al sorgere del sole i cittadini trovarono un manifesto, stampato durante la notte e incollato in quindici o venti copie sui muri della città:

Agli abitanti di Porto-Ferrajo.

Il più felice avvenimento che potesse illustrare la storia dell'Isola d'Elba si è realizzato oggi! Il nostro augusto sovrano, l'Imperatore Napoleone è arrivato fra noi. Le nostre speranze si sono realizzate: la felicità dell'Isola d'Elba è assicurata.

Ascoltate le prime parole che si è degnato di indirizzarvi parlando con i funzionari che vi rappresentano: "Sarò per voi un buon padre, siate per me dei buoni figli". Parole che rimarranno eternamente impresse nei vostri cuori riconoscenti.

Uniamoci tutti intorno alla sua sacra persona, rivaleggiamo in zelo e in fedeltà per servirlo. Sarà la più dolce soddisfazione per il suo cuore paterno. Rendendoci così degni dei favori che la Provvidenza ha ben voluto accordarci.

Il Vice-Prefetto

LOUIS BALBIANI

Notiamo l'astuzia politica di queste righe. Nessun accenno alla disfatta, alla caduta dell'Impero né al trattato di Fontainebleau! Una sola frase importante: "la felicità dell'Isola d'Elba è assicurata."

In che modo? Vediamo. Nel 1815 in una sotto-prefettura francese (era questo il caso fin dal 1801) tutti apprezzavano il Codice civile, il buon operare dell'amministrazione imperiale, l'incoraggiamento dato all'industria, al commercio, alle arti e alle realizzazioni pacifiche, mentre le guerre dell'Imperatore ne distruggevano gli effetti. Isolato nella sua isola questo conquistatore non avrebbe più potuto sguainare la sciabola. Cosa sarebbe rimasto del suo bisogno di azione? Il suo genio di amministratore che la sua propaganda strombazzava dopo il Consolato. Ecco perché "la felicità dell'Isola d'Elba" era "assicurata".

Questo cartello figurava in tutti i punti strategici di Portoferraio. Non ci era voluto altro per eccitare i tremila abitanti di questo anfiteatro la cui area non era più grande della Piazza della Concordia a Parigi. Come dire che le notizie vi circolavano in fretta!

L'annuncio del Prefetto galvanizzò gli entusiasmi. Come una folata di vento la notizia si sparge nelle campagne ed in breve tutta l'isola si rovesciava nelle strade. Gli artigiani, i negozianti, i volontari della guardia nazionale si pavoneggiavano (a dire il vero non tanto a loro agio) nell'uniforme raramente indossata. Questi soldati occasionali si allineavano dal porto fino alla chiesa parrocchiale; fieri come la ghiandaia di La Fontaine, non avrebbero ceduto il loro posto per tutto l'oro dei Medici!... In doppia fila formavano un corridoio che partendo dall'imbarcadero arrivava ai platani della Piazza d'Armi. Una notte era stata sufficiente per inghirlandare il percorso, lungo circa trecento metri. Festoni di carta correvano da una casa all'altra. Rami di palme si alternavano con le bandiere. Vasi di fiori guarnivano le finestre e un mare di petali di rosa tappezzavano il percorso che le auguste suole dell'Imperatore avrebbero calpestato. Il sole di primavera, dolce come una aurora, ravvivava le tinte e riscaldava i profumi di questa distesa floreale.

Verso mezzogiorno le tribune, costruite durante la notte, si riempivano di gente. Donne dal capo coperto da turbanti o cappellini di stoffa pieghettata, vestite di giacche corte o corpetti di pizzo senza maniche; uomini che portavano finanziere a mantelline sovrapposte o redingote, pantaloni di seta e stivali; giacche strette , dal collo corto e ornate da più file di bottoni degli operai, cappelli a tricorno dei contadini, cerate di cuoi bollito dei marinai, tutte le classi sociali si mescolavano, si schiacciavano l'uno contro l'altro, si contendevano i posti.

Non sapendo a quale ora sarebbe apparso l'Eroe, gli Elbani sapevano solamente che l'esposizione della nuova bandiera in alto sul Forte del Falcone sarebbe stato il segnale. Così tutti gli sguardi convergevano sul torrione impazienti di vedervi volare le tre api d'oro. Lungo l'imbarcadero un distaccamento del 35° reggimento lo attendeva sull'attenti.

*
Mentre Portoferraio era in piena ebollizione, Napoleone manifestò il desiderio di una breve passeggiata in campagna. Aveva notato dall'altra parte del golfo una pianura verdeggiante con campi coltivati che lo tentavano. Un canotto della fregata lo trasportò insieme a Drouot, al commissario inglese Campbell e al colonnello Vincent. Anche Usher, il comandante dell'Undaunted faceva parte del gruppo.

A terra si divisero in due gruppi. L'Imperatore e Vincent partirono in direzione di una fattoria dove Napoleone voleva parlare con i padroni di casa. Drouot, Campbell e il capitano si allontanarono per un'altro sentiero.

Venti minuti più tardi un contadino vide l'Imperatore ad una curva del sentiero. Sollevando il suo cappello gli gridò:

- Evviva il Re dell'Inghilterra!

D'istinto Napoleone portò la mano all'elsa della spada e l'elbano scappò via di corsa.

- Prendetemi quell'uomo, gridò l'Imperatore al colonnello. E fatevi spiegare le ragioni del suo offensivo saluto!

Il colonnello Vincent si precipitò dietro lo zotico e tornò poco dopo col sorriso sulle labbra:

- Non inquietatevi, Sire! Poco fa il capitano Usher ha visto passare un ragazzino che teneva un cavallo per le briglia. Lo chiese in prestito al moccioso e provò a montarlo. Meno sicuro che sulla sua fregata, non riuscì a mantenersi in sella e cadde. Vergognoso della sua mancanza di abilità, acquistò il silenzio del bimbo regalandogli una ghinea. Questo ragazzo è il figlio del nostro contadino. Rientrato a casa ha fatto vedere la moneta al padre che vi ha scorso l'effigie di re Giorgio. Incontrandovi poco dopo, il contadino ha creduto che fosse Vostra Maestà che aveva regalato la moneta. E credendo di farvi piacere ha gridato "Viva il Re di Inghilterra!"

Rassicurato, Napoleone sorrideva. Ma lo infastidì che la sua famosa uniforme verde ed il suo piccolo cappello, celebre in tutta Europa, non fossero altrettanto noti agli zappaterra del suo nuovo regno.

- Andiamo a fargli vedere chi sono, disse. Entrato nella fattoria Napoleone si fece riconoscere dal fattore, da sua moglie e dai suoi domestici mostrando delle monete d'oro con la sua immagine e facendone loro dono. Quando lasciò la casa tutta la famiglia lo accompagnava urlando:

- Evviva l'Imperatore! Evviva l'Imperatore!

Se li era conquistati.

Sulla spiaggia ritrovò i suoi compagni e si imbarcarono per raggiungere l'Undaunted. In una chiesa lontana le campane suonavano le undici. Napoleone voleva pranzare e dare l'addio all'equipaggio, prima di sbarcare ufficialmente all'Isola d'Elba.

*
Verso le tre si alzò da Portoferraio una formidabile boato: la bandiera con le tre api si stava alzando lentamente sull'asta del Forte Falcone. Da tutte le feritoie del forte i cannoni tuonarono. I tiri ripetuti per parecchi minuti risuonavano ovattati fra le mura di pietra. Contemporaneamente cominciarono a rullare i tamburi. Tutti urlavano e non si capiva più niente. Dalle finestre, sui balconi, dietro i merli delle mura sventolavano migliaia di fazzoletti. Le rondini di Portoferraio volavano in cerchio spaventate.

Dall'alto dei loro osservatori gli isolani guardavano i marinai dell'Undaunted presentare le sciabole d'ordinanza a Napoleone. Dalla scala d'onore Lui scendeva lentamente sulla scialuppa di comando. Ufficiali francesi, austriaci e inglesi presero posto su altre scialuppe. Si sarebbe detto il vincitore dell'Europa, lui che invece dall'Europa era stato vinto...

Per capire bene il segreto di un arrivo così sensazionale e l'emozione che dovette provare Napoleone, bisogna conoscere la topografia della rada. Questa rada formava, e forma ancora adesso, un piccolo lago interno. Portoferraio non vi si nasconde in fondo, di fronte al mare aperto, ma si erge sulla riva occidentale del golfo, quasi alla sua entrata. Si sporge sopra questo stretto e sovente lo sorvegliò, nel corso della storia, dall'alto dei suoi forti armati di vecchi cannoni. Eretti su una collina rocciosa a forma di mezzaluna questi forti ed il profilo naturale della collina stendono la loro protezione intorno alla città ed al porto che si situa proprio al centro di questo abbraccio. Il porto comunica con la baia con un promontorio: da qui la sua curiosa posizione di porto che gira le spalle al mare.

Per giungere sulle banchine la scialuppa di comando dell'Undaunted doveva quindi navigare fino in fondo alla rada e ritornare sui suoi passi seguendo da sinistra verso destra il tracciato di una U rovesciata. Eseguendo questi largo mezzo giro a destra contorna una lingua di terra, la "Linguella" da cui spunta una grossa torre rinascimentale, la Torre del Martello. Di circonferenza esagonale e di colore rosa, questo torrione, utilizzato come prigione, è lambito dalle onde. (Oggi questa torre è chiamata anche di Passanante perchè Passanante, celebre anarchico napoletano, trascorse quasi cinquant'anni della sua vita in questa prigione - n.d.a.).

Appena la barca imperiale oltrepassa, con un ampio movimento del timone, questa torre che anticamente marcava il diritto del sovrano, il bacino d'acqua appare agli occhi di coloro che arrivano con la sua forma rettangolare. Ciascun colpo di remi li avvicina ad una città straordinaria. Essa si dispone in una sorta di anfiteatro i cui gradini sono coperti da tetti rosa, muri grigi e persiane verdi che salgono fino ai forti che difendono la città da dietro, isolandola dal mare.

Alzando la testa, Napoleone vede le banchine brulicanti di una folla multicolore. Dietro a questa barriera umana, l'Imperatore vede un muraglione di cinta che separa il porto dalla città. Merlato alla sua sommità ed allargandosi alla base questo bastione era stato costruito nel XVI° secolo da Cosimo dei Medici. Grazie ad esso nessun assalitore può invadere Portoferraio entrando dal porto o dalla rada. Con il suo occhio d'aquila Napoleone coglie con uno sguardo questo vantaggio e lo fa osservare a Drouot.

Cosa curiosa, su questo bastione si alzano delle case. Costruite una accanto all'altra come in una strada aggiungono imponenza e altezza all'opera difensiva. Alle finestre i Portoferraiesi agitavano le mani. Un po' intontiti dal fracasso, l'Imperatore e i suoi compagni si avvicinavano lentamente a questo popolo in delirio. Anche se spinta da ventiquattro rematori, l'imbarcazione impiegherà circa trenta minuti per attraccare all'imbarcadero. Una quantità di tartane impedisce quasi la rotta. In una di queste un coro elbano intona il ritornello "Apollo, re del Cielo, si è rifugiato in Tessaglia." In un'altra alcuni suonatori di chitarra lo salutano con la musica. Da tutte spuntano fiori: caduti nell'acqua, galleggiano come ninfee. Sulle acque e sulle banchine, sui bastioni e sotto i tetti, dappertutto echeggia il grido "Evviva l'Imperatore, Evviva il Re!"

Lui, l'eroe di questo autentico carnevale, i più vicini lo videro accostare in uno stato ben pietoso. Sfatto come un morto risuscitato, saliva titubante gli scalini dell'imbarcadero. Il gran maresciallo Bertrand e il generale Drouot lo sostenevano. Dopo le minacce e gli urli della Provenza Napoleone poteva credere di essere preda di un sogno. Gli inglesi stessi l'avevano onorato con ventun colpi di cannone e tre hurrah frenetici al momento che si allontanava dalla nave. Con la barca ferma contro il molo, i ventiquattro rematori presentavano i remi in verticale come fossero alabarde.

In breve, è sul molo. Cappello piccolo, vestito verde, redingote grigia, non manca niente alla figura leggendaria. Le autorità si inchinano. Il sindaco Traditi tende le chiavi della città su un piatto d'argento.

- Queste chiavi, dice con voce emozionata, chiudono la Porta a Mare.

Non osando girare la schiena all'Imperatore per indicargliela, accenna con un rapido movimento della testa ad un minuscolo arco di trionfo utilizzato sia dai pedoni che dalle carrozze per passare dal porto alla città. Questo arco è l'unico passaggio nei bastioni che circondano Portoferraio. Napoleone alza gli occhi sulle torrette appuntite che la sovrastano e vede una targa sbiadita dalle piogge.

Joseph Hutré comprende la muta domanda dell'Imperatore e pronuncia ad alta voce:

Templa Moenia Domos Arces Portum Cosmus Med. Florenti Norum Dux A fundamentis Erexit A D MDXLVIII

Ed aggiunge, nel timore che Napoleone non sappia tradurla:

- I templi, le mura, le case, le fortezze, il porto, Cosimo dei Medici, duca di Firenze, eresse dalle loro fondazioni nell'anno 1548.

- Grazie, Signore, dice l'Imperatore.

Poi riporta lo sguardo sul piatto d'argento con le chiavi offerte dal sindaco. Le prende e le contempla indeciso.

Dietro di loro vengono le autorità civili e gli ufficiali. Davanti, i tamburi del 35o. Il rullare è lento, evoca una processione o una sfilata dei Guelfi o dei Ghibellini. Tre colpi sordi, separati da una pausa di due secondi. Poi tre rulli prolungati con la stessa pausa. È una marcia strascicata, solenne, prevista per il corto percorso che va dal porto alla chiesa parrocchiale. Questa partenza impressiona la folla e calma la sua eccitazione. Sotto la Porta a Mare e durante la traversata della piazza della Gran Guardia (oggi Piazza Cavour), un silenzio religioso subentra alle ovazioni. Ma improvvisamente, mentre il corteo percorre la strada San Giovanni e raggiunge la Piazza d'Armi (oggi Piazza della Repubblica), le grida ricominciano. Presa da improvvisa follia la massa rompe lo sbarramento delle guardie nazionali. Tutti vogliono vedere l'Imperatore, toccarlo, abbracciarlo strappare un lembo della sua redingote. Petardi festosi esplodono quasi fra le gambe dell'illustre ospite.

- Possono ucciderlo! urla Drouot a Bertrand.

- Avanti! grida il vicario per accelerare la marcia.

- Dài, dài, grida Dalesme, avanti!

Drouot e Bertrand fanno scudo a Napoleone con il loro corpo. Il corteo allunga il passo ed in vista del tempio vi entrano correndo.

Te Deum Laudamus... Ma che differenza tra questo Te Deum del 4 maggio 1814 con gli altri simili cantati a Notre-Dame e in altre chiese tutte le volte che Napoleone lo ordinava per annunciare una vittoria. Là i fedeli assistevano perché obbligati, e spesso pensavano : "Un'altra battaglia vinta, ancora morti! Basta Te Deum e fanfare! La pace, vogliamo la pace!"

Qui a Portoferraio il popolo canta nella chiesa, pomposamente battezzata Duomo da Monsignor Arrighi; il popolo canta in questo tempio con le porte aperte, canta nelle piazze e nelle strade vicine. Mai una vittoria fu celebrata con altrettanto fervore quanto il fatto che Napoleone fosse diventato il piccolo re di dodicimila anime.

Il Duomo, occorreva tutta la vanità di Monsignor Arrighi per dare questo titolo ad un piccolo santuario del XVIII secolo. Come molte delle sue sorelle fiorentine, questa chiesa aveva una facciata in mosaico di marmo blu e bianco, senza nessuna statua... L'interno non aveva nulla di notevole: era proprio la casa di Dio e non un museo di pitture e sculture.

Il "cugino dell'Imperatore" vi intonò il Te Deum di benvenuto nel mezzo di una folla che attendeva da molte ore. Sulla sommità dei muri il vicario aveva fatto stendere degli stendardi con delle N in carta dorata che cavalcavano delle aquile. Al centro della navata un drappo di velluto color porpora attendeva l'Imperatore. Senza dubbio fece finta di invocare il Cielo: non credeva in niente e, più tardi a Sant'Elena, l'avrebbe confessato senza timore a Bertrand. Ma il clero rappresentava una potenza su cui doveva contare.

Dopo il Te Deum il Monsignore diede la benedizione del Santo Sacramento, quindi condusse il nuovo parrocchiano fino alla porta. Lasciatolo alle autorità municipali ritornò verso la sacrestia.

*
Il bagno liturgico aveva calmato gli Elbani. Non rimaneva più nulla del loro agitato fervore. Bertrand e Drouot non sentirono più la necessità di circondare il loro Capo; si lasciarono distanziare ed il corteo riprese la strada in direzione del comune. I signori Balbiani, Traditi e Hutré, il generale Dalesme, l'austriaco Koller, il colonnello Campbell e gli ufficiali dell'Undaunted circondavano l'Imperatore. La guardia nazionale faceva sempre ala.

Per andare dalla Chiesa al Comune si attraversa la piazza d'Armi in tutta la sua lunghezza. Napoleone e la sua scorta passarono sotto i platani che l'ombreggiavano e raggiunsero la piccola scalinata esterna salendo i pochi scalini. Un corridoio stretto e buio conduceva al cortile dell'edificio, una scala larga circa due metri li portò ad un grande salone del primo piano.

Napoleone si sedette sulla poltrona del sindaco appoggiata su una pedana portata dalla scuola. Dalle finestre saliva il chiasso della strada brulicante e polverosa. Ci si accalcava alla porta: tutti i notabili -e moltissimi si stimavano tali- volevano che Traditi li presentasse al sovrano.

Dall'alto del suo similtrono il piccolo re dell'Isola d'Elba vedeva curvarsi verso di lui tutte quelle fronti arrossate. Dava udienza come un tempo alle Tuileries. Parlando in italiano o in francese secondo i casi, ritrovava il suo risolino secco, un poco canagliesco quando l'interlocutore superava il limite della misura. All'arciprete di Capoliveri, assai vicino a passare a miglior vita, che gli descriveva la miserie del clero rispose strizzando l'occhio: "No, signor Arciprete, Dominus Vobiscum non è mai morto di fame! In tutti i casi datemi fiducia e provvederò ai bisogni del clero".

Meravigliò tutti con la sua conoscenza dell'Isola: si era ben documentato leggendo le opere portate da Fontainebleau. Sapeva che l'Elba si estende per ottomila ettari, che misura 27 chilometri di lunghezza e 18 nel punto di maggior larghezza; che il suo profilo tormentato, a forma quasi di un drago leggendario, estende le sue coste frastagliate per 147 chilometri; che la sommità più elevata è quella del Monte Capanne che raggiunge i 1019 metri.

Con una conoscenza delle risorse del territorio più approfondita di molti degli stessi abitanti, preveniva i loro desideri e anticipava i loro bisogni. Possiamo affermarlo senza esagerare: Napoleone conosceva tutto delle miniere di ferro, delle saline, della pesca, dell'agricoltura.

Mentre parlava con i suoi visitatori un quartetto di archi eseguiva arie alla moda. Questa orchestra, pur suonando in sordina in un angolo del salone, infastidiva visibilmente Napoleone. Ma non osava ordinare di smettere temendo di offendere tutte quelle persone che lo incensavano. Certo non sospettava che durante la notte un'altra musica gli avrebbe impedito di dormire: cori di ragazze si alternarono sotto le sue finestre con lo scopo -sicuramente sbagliato- di cullare il suo sonno.

Quella notte dormì in effetti nell'edificio del Comune: Traditi e Hutré gli avevano preparato il vecchio appartamento del comandante Hugo. Quattro o cinque locali che egli giudicò -senza dirlo- incompatibili con la sua dignità di sovrano. Pur ringraziando i suoi ospiti, prese la decisione di mettersi alla ricerca, nei giorni successivi, di una casa più degna della maestà che intendeva mantenere nonostante la decadenza.

L'indomani mattina fu colto da un senso di disgusto. Nel Comune non esisteva un gabinetto: i vasi da notte venivano vuotati dalla finestra. Affacciandosi l'Imperatore sentiva i miasmi della strada dove scendevano rigagnoli di sporcizia. Pensando che Maria Luisa l'avrebbe raggiunto ritenne che quella residenza non era degna della figlia di un Asburgo. E poi Napoleone desiderava la calma, impossibile da ritrovare in questa casa comunale nel pieno centro.

- Faremo un giro a cavallo, disse a Bertrand, e andremo a cercare una casa più degna di noi.