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Napoleone all'Isola d'Elba - l'Imperatore dell'Isola

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Capitolo II - Elba prima di Napoleone

Nella notte fra il 19 ed il 20 dicembre 1793, una corvetta britannica navigava a luci spente, nell'ombra opaca del Mediterraneo. Aveva a bordo truppe inglesi, napoletane, spagnole, alcuni ufficiali della precedente marina reale francese e numerosi civili che erano fuggiti da Tolone. L'aspetto pietoso di questi uomini e di queste donne, la loro espressione disfatta, le tracce di polvere da sparo che coprivano le loro mani ed i loro volti, il fango sulle scarpe, i vestiti strappati, tutto mostrava che questi poveretti avevano vissuto un incubo. Se ne stavano zitti, ancora annientati dall'improvvisa catastrofe capitata addosso a loro. Da quattro mesi, questi spagnoli, questi inglesi, questi napoletani, questi fedeli alla monarchia francese mantenevano viva a Tolone la fiamma della speranza. Ben trincerati dietro una cintura di fortificazioni, pensavano che, per mezzo di questa testa di ponte, le armate dell'Europa filomonarchica avrebbero potuto riversarsi nella Francia repubblicana e ristabilire la monarchia. Da quattro mesi sfidavano i 34. 000 soldati che sotto il comando dei generali sans-coulottes Carteaux, Dugommier e Doppet cercavano vanamente di penetrare all'interno del forte.

Ma essi ignoravano che un Corso magrolino, chiamato Bonaparte e con appena il grado di capitano, sottoponeva ai suoi capi un piano che -secondo una leggenda molto vicina alla verità- doveva permettere all'armata rivoluzionaria di sbaragliare le forze fedeli al re. Il 16 dicembre era incominciato l'attacco e il19 il generale Dugommier travolgeva le difese di Tolone.

Per gli assediati fu una corsa selvaggia verso il porto, un vero e proprio si salvi chi può. Mentre Bonaparte, nominato comandante dell'artiglieria, con tutti i suoi cannoni spazzava le banchine con bordate di fuoco, le truppe straniere si imbarcavano febbrilmente. Soldati e marinai salivano alla rinfusa sulle navi che l'ammiraglio Hood aveva condotto il 29 agosto precedente, spingendosi sulle passerelle senza distinzioni di grado e di corpo. Con loro fuggivano quei Francesi che erano noti per le loro opinioni borboniche: ufficiali della marina reale, nobili e preti, borghesi compromessi per i loro proclami antirepubblicani, donne, vecchi, bambini; tutto questo branco di gente sconvolta si contendeva il posto sulle ultime scialuppe per guadagnare le navi della squadra inglese. Nella fretta della fuga, i militari rimanevano più o meno sordi alle loro suppliche.

E adesso, in questa corvetta che faceva rotta verso Napoli e di cui la storia non ha ricordato il nome, diverse centinaia di queste vittime delle passioni politiche o della fedeltà alla tradizione rivivevano in silenzio il loro tragico imbarco. Era notte fonda e, al fine di depistare le navi della giovane repubblica, il comandante aveva proibito di accendere qualsiasi luce. Da tempo avevano perduto di vista le altre unità della flotta.

I grandi dolori sono muti. Dopo i tumulti della vigilia, la corvetta scivolava sulle onde in mezzo di una pace sepolcrale. Attraversava obliquamente il Mediterraneo, avvicinandosi con prudenza alla Corsica ed alle isolette dell'Arcipelago toscano che voleva oltrepassare per raggiungere il mar Tirreno.

Queste isolette, che i naviganti conoscono molto bene, portano il nome di Gorgona, di Capraia, d'Elba, di Pianosa, di Montecristo e del Giglio. Fino a quando la corvetta non avesse oltrepassato Capraia il pericolo era sempre presente. Da quel punto avrebbe invece potuto riaccendere le luci. Ma purtroppo il destino avrebbe impedito per sempre di realizzare questo desiderio. Mentre la nave incrociava al largo di Capo Corso e si distinguevano le luci di Rogliano o di Luri, villaggi costruiti a nord di Bastia, si levò una burrasca che spinse la corvetta in direzione della Capraia. Credendo quest'isola più vicina di quanto non lo fosse realmente e volendo evitare la barriera di scogli, il pilota virò di bordo con una tale rapidità che un improvviso colpo di vento coricò la nave sulle onde. Con un rumore di legni che si spezzano, di bagagli che si urtano e di urla di paura, molti passeggeri caddero nei flutti. Quanti? Non si si è mai saputo. E neppure si seppe mai se la nave scampò al disastro, perché il solo testimone che ne parlò, riteneva, a torto o a ragione, che la corvetta intera fosse stata inghiottita con tutto il suo carico dal Mediterraneo.

Questo testimone si chiamava Joseph Hutré. Scaraventato in mare, quasi soffocato dall'acqua e preso dal panico, riprese padronanza di sé dopo qualche secondo e si mise a nuotare vigorosamente. Chiese inutilmente aiuto. Intorno a lui, nella tempesta si sentivano altre grida di aiuto. Trasportato dalla corrente Joseph Hutré non sperava più di ritrovare la nave che le onde del mare e il buio gli nascondevano. Ad un certo punto si abbandonò, incapace di orientarsi. Era circondato da una oscurità color inchiostro sotto un cielo senza stelle. Mosso dall'istinto di conservazione e pregando Dio di salvarlo, Joseph Hutré nuotò sul dorso e a rana andando a caso.

Nuotò a lungo, cercando di contenere la sua angoscia e di non affaticarsi, facendo il morto quanto proprio non ne poteva più. Quando il giorno si levò vide una scogliera poco distante. In basso si indovinava una spiaggia. Allora, chiamando a raccolta tutte le sue forze riuscì, qualche istante più tardi, a trascinarsi sui benedetti sassi, dove svenne.

Quando riprese i sensi, Joseph Hutré sentiva i pallidi raggi del sole che riscaldavano la sua sventura. Ignorando dove si trovasse, non vedendo anima viva e notando una scogliera che contornava la piccola baia, levò gli occhi. Una fortezza alzava le sue torri in alto sopra la muraglia naturale che si elevava intorno a lui. Il castello sembrava proprio disabitato. Nelle guardiole e fra i merli nessun soldato montava la guardia. Sulla sinistra un sentiero si arrampicava a zig zag sulla collina.

Distrutto dalla fatica e intirizzito dall'umidità, il naufrago si svestì. Stese quello che rimaneva dei suoi vestiti sulla spiaggia ed attese, tutto nudo, che il sole li rendesse nuovamente utilizzabili. Nelle sue tasche, ripulite dalle onde, trovò soltanto il suo flauto, che sapeva suonare con talento. Era tutto quello che gli era rimasto. A Aups, nel Var, dove abitava prima della tempesta rivoluzionaria, passava per un commerciante benestante. Celibe, fedele al trono e alla chiesa, aveva raggiunto Tolone il 30 agosto, il giorno dopo lo sbarco delle truppe inglesi. Sapeva che il suo nome figurava ormai nella lista dei sospetti; per questo motivo, quando i fanti di Dugommier a gli artiglieri di Bonaparte -di cui Hutré ignorava l'esistenza- avevano sfondato le porte di Tolone il 19 dicembre, l'appassionato musicista non aveva esitato a gettarsi con altri fuggitivi sulla fatale corvetta. Contemplava con tristezza il suo flauto, questo povero strumento che le onde non avevano voluto. Era tutto, proprio tutto di quello che gli restava...

Una volta asciugati, si rivestì con i suoi stracci. Spossato dalla fatica, dalla fame e dalla sete, salì faticosamente il sentiero che portava in cima alla scogliera. Prima di raggiungerla dovette passare sotto un arco di granito la cui volta interna girava ad angolo retto. Continuò poi per un camminamento che portava ad un grande spiazzo dominate il mare ad una altezza di trentadue metri. Là una sorpresa attendeva il Francese. Girando la schiena al mare scoprì una distesa di tetti che scendevano a gradini, come in un anfiteatro, fino alla piazza centrale di una città, invisibile dalla spiaggia dove Hutré era approdato. In fondo a questo semicerchio un porto, povero di barche e battelli, collegato con il mare aperto da un canale situato di fronte alla baia. L'unico sopravvissuto della corvetta si trovava a Portoferraio, capitale dell'Isola d'Elba. Ma lui non lo sapeva, ignorava perfino l'esistenza di questa terra.

Scalinate di pietra si infilavano tra le case, come strade. Titubante, Joseph Hutré discese da una di esse. Alle prime persone incontrate tentò di raccontare la sua drammatica avventura. Nessuno lo capiva: gli abitanti parlavano l'italiano, lingua sconosciuta al malcapitato. Tirò fuori allora il suo flauto ed incominciò a suonare un'aria dolce mentre, con vergogna, tendeva la mano. Le elemosine non mancarono e, cinque minuti più tardi, il poveraccio inghiottiva un pagnotta acquistata in una panificio.

Dove dormì? Si ignora. Il suo flauto e la carità pubblica lo nutrirono per qualche tempo. Durante il giorno percorreva la città, salendo e scendendo le scalinate, passando dalla Piazza d'Ari alla Piazza della Gran Guardia, suonando minuetti di Mozart o di Boccherini. Si fermava spesso in quella piazza della Gran Bastione, davanti ai magazzini del Sale. I bambini lo circondavano, i passanti lo ascoltavano, qualcuno gli gettava un obolo.

Quale sarebbe stata la sua sorpresa se un passante gli avesse predetto: "Guarda questi Magazzini del Sale, Joseph. Tu ne diventerai il proprietario e fra una ventina d'anni li offrirai ad un Imperatore detronizzato perché ne faccia le scuderie per i cavalli e la rimessa per le sue carrozze. In quel momento tu avrai le funzioni di vice sindaco di questa città e l'Imperatore detronizzato non sarà altro che un oscuro capitano divenuto re, un ufficiale di fortuna a cui tu devi oggi la tua rovina, la tua fuga ed il tuo naufragio. Questo responsabile delle tue attuali sventure, ebbene, tu l'adorerai come tutti gli altri abitanti dell'Isola d'Elba!".

* Tenace com'era, il musicista ambulante riuscì, a forza di elemosine, a mettere da parte un po' di soldi. Imparato a poco a poco l'italiano rese partecipi alcuni animi caritatevoli della sua triste sorte. Dopo aver dormito sotto le stelle poté affittare un sottoscala; poi una camera ammobiliata; infine un modesto appartamento di tre stanze dove cominciò a dare lezioni di solfeggio, flauto e canto. I suoi affari prosperavano; ebbe sempre più numerosi allievi, ragazzi, ragazze e anche qualche adulto.

Tra i più assidui c'era una vedova. Trentaduenne, il suo nome era Donna Elisabetta Ninci. Carina distinta e riservata, secondo quanto riportato dalla cronaca locale, finì per innamorarsi del suo professore che era intorno ai quaranta. Il sentimento era corrisposto, e così finì che si sposarono...

Ma in Francia intanto la ruota del tempo girava. Al governo rivoluzionario era seguito il Direttorio, poi il Consolato. Il nome di Bonaparte risuonava in tutta Europa. Nel 1801 Joseph Hutré approfittò di un'amnistia per tornare a Tolone con sua moglie e farle vedere la sua antica patria. Ritrovò le sue proprietà d'Aups che erano miracolosamente sfuggite alle confische rivoluzionarie. Hutré le recuperò e le vendette, comprendendo che Elisabetta non avrebbe mai abbandonato la sua isola natale.

Ritornato a Portoferraio con un discreto capitale, acquistò la concessione delle saline ed il magazzino del sale della piazza del Gran Bastione. Rinunciò alla musica e divenne un notabile.

Dato che l'Isola d'Elba apparteneva allo stato di Firenze, Hutré avrebbe dovuto farsi naturalizzare toscano. Ma il destino lo aiutò. Al ritorno d'Aups con sua moglie, una grande novità scosse Portoferraio: l'Isola diventava francese. L'articolo IV del trattato di Firenze la integrava al dipartimento della Corsica, distante sessanta chilometri. In questo modo Joseph Huitré non cambiava patria, e questo lo rendeva felice.

* Nel 1803 entrò in confidenza col comandante Hugo, capo del battaglione inviato dal Governo consolare per organizzare la difesa dell'Isola d'Elba contro gli Inglesi e i barbari. Questo esilio sanzionava un errore commesso dall'ufficiale. Il comandante Hugo arrivò con i suoi tre figli. Il più piccolo, Victor, aveva pochi mesi e piangeva tra le braccia della balia asciutta, la fedele Claudine.


Durante questo periodo la signora Hugo muoveva cielo e terra a Parigi perché le autorità perdonassero il suo sposo. Inviava suppliche al ministro della Guerra, al senatore Defermon ed anche a Giuseppe Bonaparte. Manovre che durarono più di nove mesi.

Da Portoferraio il comandante le inviava queste righe:

"Victor sta bene ma è deboluccio; mettere i denti è per lui un'operazione molto difficile e io temo che possano esserci dei problemi. Dice il nome dei suoi fratelli e molte altre parole. Fa qualche passo da solo ma con troppa precipitazione per riuscire a camminare."

Oppure: "Ho dato a Victor una accompagnatrice. Il povero bimbo all'inizio non poteva soffrirla; era triste e sembrava si lamentasse di essere in compagnia di una donna che non parla la nostra lingua. Adesso si è abituato. Mi ha dato molte preoccupazioni con i denti. Porta almeno del vaccino. . ."

"Porta..." perché la signora Leopoldo-Sigisberg Hugo, avendo fallito i suoi tentativi di riportare in patria il marito, aveva annunciato il suo arrivo. Non solo arrivava senza aver ottenuto la grazia per il suo sposo, ma aveva pure corso il rischio di venire rapita da una nave corsara nel Canale di Piombino. Per colmo di sventura doveva venire a conoscenza, sbarcando a Portoferraio, che una accorta elbana la rimpiazzava nel letto coniugale.

Questa rivale si chiamava Catherine Thomas. Frequentava la coppia Hutré per l'eccellente ragione che suo padre, Nicolas Thomas, economo dell'Ospedale, era di origine francese; e che sua madre, nata Saettoni, era elbana come Elisabetta Ninci, la sposa di Joseph Hutré.

Insignito del titolo di governatore, il comandante Hugo abitava nel palazzo comunale di Portoferraio. Nel cortile del comune i tre discoli facevano sentire le loro grida infantili. Joseph Hutré, diventato consigliere municipale, li vedeva spesso. Manifestava una preferenza per il giovane Victor senza lontanamente indovinare che il bambino sarebbe diventato famoso e che la provvidenza l'avrebbe chiamato a cantare gli eroi leggendari che lui stesso, Joseph Hutré, avrebbe accolto dieci anni più tardi a Portoferraio.

La signora Hugo, messa al corrente del suo infortunio coniugale, non esitò un minuto. Riprese con sé il piccolo Victor ed i suoi fratelli e si diresse prima a Marsiglia e poi a Parigi.

L'anno seguente anche il comandante Hugo lasciava l'Isola d'Elba.

*
Nel 1806 due avvenimenti importanti trasformarono la vita di Joseph Hutré.

Prima di tutto, la sua cara Elisabetta gli diede un figlio, che venne battezzano con il nome di Luigi. Avrebbe mai potuto indovinare che, otto anni dopo, sarebbe diventato paggio dell'Imperatore?. . .

Poi, il successore del comandante Hugo, il generale Durutte, fu rimpiazzato a sua volta dal generale Dalesme. I casi della politica offrirono a questo ufficiale un ruolo considerevole nel 1814, quando Napoleone divenne re dell'Isola d'Elba. Originario di Limoges, proveniva dalla Dalmazia, a Castelnuovo aveva combattuto coraggiosamente ed era stato ferito in una battaglia vinta da Marmont.

Quando Dalesme diventò Governatore a Portoferraio, il vice prefetto si chiamava Balbiani; il sindaco Traditi; ed il suo vicesindaco Joseph Hutré. Per il vecchio fuggiasco di Tolone la vita trascorreva piacevolmente. Ricco, felice e stimato assisteva da lontano all'incredibile epopea imperiale. Anche se l'Isola d'Elba si trova a soli dieci chilometri dalla costa italiana, a sessantacinque dalla Corsica e, a volo d'uccello, a duecentoquaranta dalla Provenza, Hutré guardava con distacco le avventure politiche e militari della sua patria. Portoferraio certo non celebrava un Te Deum per la vittoria di Friedland né per quella di Wagram. Si seppe del divorzio dell'Imperatore e del suo nuovo matrimonio; si suonarono le campane per la nascita del re di Roma; ci si lamentò un poco per l'annuncio della ritirata di Russia o della spaventosa disfatta di Lipsia; si applaudì alle vittorie della "Campagna di Francia"; ma tutto questo senza passioni, come isolani distaccati dagli avvenimenti perché separati dal mare.

Ma nell'aprile 1814 la notizia della resa di Parigi e dell'entrata degli alleati nella capitale smosse un poco questa indifferenza. A Portoferraio, a Porto Longone ed a Marciana si sparse la voce che una flotta sconosciuta faceva rotta verso l'Elba. Fosse essa inglese o barbara, entrambe impensierivano gli elbani. Inglese avrebbe significato uno sbarco a viva forza. Barbara avrebbe comportato, oltre ad una inevitabile battaglia, il pericolo di finire schiavi in Africa per adolescenti e giovani donne.

In quel periodo il generale Dalesme disponeva di cinquemila uomini. Era molto ed era poco. Molto perché l'isola ha una superficie di soli ottomila ettari con dodicimila abitanti. Poco perché le sue coste, incredibilmente frastagliate, hanno un perimetro di 147 chilometri.

Con questa guarnigione Dalesme poteva tenere testa ad uno sbarco ma non a due o tre attacchi simultanei. Inoltre i cinquemila uomini comprendevano quattromilacinquecento disertori arruolati per forza. Provenienti dalla Francia, avevano disertato la Grande Armata per salvarsi la vita o per obbedire alle loro convinzioni politiche. (Oggi sarebbero chiamati obiettori di coscienza.) Si poteva fare affidamento su di loro?

Quando seppero della capitolazione di Parigi, questi poveretti si rivoltarono. Stipendiati dalle spie di Londra, alzarono la bandiera britannica nei diversi comuni dell'isola, salvo che a Portoferraio ed a Porto Longone dove non osarono affrontare la gendarmeria. In tutti gli altri posti calpestavano la bandiera tricolore al grido di "Viva l'Inghilterra".

A Marciana bruciarono l'effigie di Napoleone. A quei tempi questo genere di autodafé era molto comune. La credenza in chi porta male o ha il malocchio faceva sì che il successo delle fattucchiere era molto vivo; si pensava che dando fuoco ad un manichino con un cappello di feltro e vestito in redingote grigia avrebbe prodotto a distanza l'incenerimento dell'Imperatore.

Il generale Dalesme prese misure energiche. Con trecento cinquanta soldati, gendarmi ed artiglieri diede battaglia agli ammutinati. Sette o otto combattimenti gli diedero la vittoria. Fatta eccezione per quelli di Marciana, li catturò tutti. E non sapendo che fare di questi prigionieri li imbarcò a forza per il continente.

Ma la loro propaganda aveva dato i suoi frutti: gli elbani non apprezzavano più né la Francia né Napoleone. Soprattutto i contadini che fornivano i più grossi contingenti di carne da cannone. Con i cittadini, Dalesme ed il vice prefetto si sentivano meno inquieti. Così, con una piccola guarnigione, il generale si rinchiuse a Portoferraio con la metà delle sue truppe, spostò le rimanenti a Porto Longone e attese gli avvenimenti.

Questi si manifestarono sotto forma di una squadra inglese. Due o tre navi vennero a bloccare l'isola. In contatto con gli insorti di Marciana li rifornivano di armi e di munizioni.

Un portavoce portò a Dalesme un fascio di giornali francesi. I loro articoli annunciavano la caduta dell'Imperatore ed il prossimo ritorno dei Borboni. Il messaggero inglese aggiungeva che il trattato di pace trasferiva la proprietà dell'Isola agli Inglesi.

Il telegrafo senza fili, che funzionava con segnali ottici, non era ancora arrivato a Portoferraio. Durante numerose sedute del Consiglio municipale Joseph Hutré aveva chiesto di mettere in funzione i semafori sulle isole di Palmaiola e dei Topi, nel Canale di Piombino. Il sindaco Traditi appoggiava la domanda ed il vice prefetto in persona se ne era fatto portavoce nella sua corrispondenza con il prefetto Corso. Ma le lentezze amministrative e la mancanza di liquidi ritardavano la decisione. "Ma ci pensate alla nebbia sul mare? rispondevano gli oppositori. Impedirà di vedere i semafori ed avremo speso invano i nostri scudi."

In breve, Dalesme ignorava tutto delle notizie portate dal suo visitatore inglese. La lettura dei giornali portati da questo emissario non chiariva che parzialmente il quadro al generale: da nessuna parte era riportato l'annuncio della cessione dell'Elba all'Inghilterra. Senza farsi intimidire si dichiarò d'accordo di sostituire i fiori di giglio col tricolore. "Ma quanto a consegnarvi il territorio, sappiate che io sparerò con tutti i miei cannoni sulle vostre navi, se non si allontaneranno subito!"

Poco desiderosi di dare battaglia ad un avversario così deciso, alzarono le vele e sparirono.

Il giorno seguente, nuova allerta: ecco un altro vascello britannico. Subito il generale fa suonare l'adunata. Le micce sono già accese, quando si vede sventolare una bandiera bianca in cima all'albero maestro. Questa volta è un francese che viene a parlamentare, un delegato di Luigi XVIII. Portato da una scialuppa annuncia a Dalesme e a Balbiani che l'Isola d'Elba, regalata in proprietà all'ex Imperatore, deve prepararsi a riceverlo come suo re.

In due giorni Dalesme ha così saputo che l'isola ha seguito la sorte della Francia passando ai Borboni. Poi che diventava possedimento inglese. Infine che apparteneva a Napoleone. A chi credere? E come far accettare il Vinto agli Elbani? Due bei problemi.

Una settimana trascorre nell'angoscia di queste contraddizioni che sembrano nascondere un tranello. Il 3 maggio la vedetta annuncia un nuovo vascello che batte la bandiera inglese. Chiuso nella città, sospettoso al massimo, il generale ordina una bordata di avvertimento. Dall'alto del Forte Stella, che domina l'imboccatura, guarda l'effetto di questo bombardamento inoffensivo. Le palle cadono a una gomena dalla nave.

A bordo di questa, lo sappiamo già, Napoleone e i suoi compagni si stupiscono di questa accoglienza.

- Sparate una seconda bordata, grida Dalesme. E stavolta fategli vedere che facciamo sul serio.

I proiettili cadono vicinissimi, l'Undaunted viene spruzzato dalle colonne d'acqua.

Con sorpresa degli artiglieri elbani la fregata non risponde e non si allontana, ma alza la bandiera bianca.